sabato 10 dicembre 2016

Inno nazionale obbligatorio nei cinema indiani





In effetti tutti i film che ho visto in India, li ho visti in cinema del Maharastra. L'ultimo è stato il bellissimo Bajirao Mastani che hop visto in una sala di Nashik.
Prima della proiezione sullo schermo è apparsa la bandiera indiana ed è stato suonato l'inno nazionale indiano. 
Credevo fosse un usanza o un obbligo per tutti i cinema indiani. In realtà ciò avveniva solo nei cinema del Maharastra, lo Stato di Mumbai, e in quelli di Goa.
Fino al 30 novembre, quando la Corte Suprema dell'India ha stabilito che in tutti i cinema indiani prima della proiezione dei film deve apparire sullo schermo la bandiera nazionale indiana e deve essere suonato l'Inno nazionale indiano.
La decisione non è che la risposta ad una petizione rivolta alla Corte da Shyam Narayan Chouksey un ingegnere in pensione che si sentì offeso quando, unico in tutta la sala cinematografica, si alzò in piedi durante l'esecuzione dell'inno e gli altri spettatori gli chiesero di sedersi perchè copriva loro la visuale.
Da questo fatto è partita la sua campagna a favore dell'inno che si è conclusa con la decisione della Suprema Corte.
La Corte ha anche stabilito che durante l'esecuzione, gli spettatori devono alzarsi in  piedi e che tutte le sale cinematografiche dell'India hanno dieci giorni per adempiere a questo obbligo.
Nella sua motivazione, la Suprema Corte ha evidenziato la necessità di instillare il rispetto verso l'inno e la bandiera nazionale e ha evidenziato che i cittadini del paese devono rendersi conto che vivono in una nazione e hanno il dovere di mostrare rispetto per l'Inno nazionale, che è il simbolo del patriottismo costituzionale.
Il testo dell'inno nazionale indiano, Bharata Deshiya Gitam è stato scritto da Rabindranath Tagore e si intitola Jana Gana Mana ossia "Tu sei il dominatore del mondo" eccone una traduzione tratta da Wikipedia:




Sei il dominatore delle menti di tutti,
Colui che regge il destino dell'India.
Il tuo nome risveglia i cuori di Punjab, Sind, Gujarat e Maratha,
Dei Dravida e Orissa e Bengali;
Echeggia nella colline di Vindhya e Himalaya,
Si unisce alla musica dello Yamuna e del Gange ed è cantato dalle
Onde del Mare Indiano.
Essi implorano le tue benedizioni e cantano le tue lodi.
La salvezza di tutti aspetta nella Tua mano,
Tu che reggi il destino dell'India,
Vittoria, vittoria, vittoria a Te.





Per saperne di più The Hindu




Indian National Anthem





All the films I've seen in India, I've seen them in the cinemas of Maharastra. The last one was the beautiful Bajirao Mastani that  I've seen in a Nashik cinema.
Before of the film on the screen appeared the Indian flag and was played the Indian national anthem.
I thought it was a custom or a requirement for all Indian cinemas. In fact this occurred only in the Maharastra cinema, the State of Mumbai, and in those of Goa.
Until November 30, when the Supreme Court of India ruled that in all Indian cinemas before the film projection screen should look like the Indian national flag and has to be played the Indian National Anthem.
The decision is the answer to a petition to the Court by Shyam Narayan Chouksey, a retired engineer, who was offended when, only one in the movie theater, stood up during the playing of the anthem 
and the other spectators asked him to sit  because covered their vision.
From this fact he started his campaign in favor of the Indian anthem which ended with the decision of the Supreme Court.
The court also ruled that during the performance the spectators must stand up and that all the cinemas of India have ten days to fulfill this obligation.
In its explanatory memorandum, the Supreme Court has highlighted the need to instill respect for the anthem and the national flag, according to the top court, “a time has come, the citizens of the country must realize that they live in a nation and are duty bound to show respect to National Anthem, which is the symbol of the constitutional patriotism and inherent national quality.”
The text of the Indian national anthem, Bharata Deshiya Gitam, was written by Rabindranath Tagore and is entitled Jana Gana Mana ie "You are the ruler of the world", here's a translation from Wikipedia:





Thou art the ruler of the minds of all people,
Dispenser of India's destiny.
Thy name rouses the hearts of Punjab, Sind, Gujarat and Maratha,
Of the Dravida and Orissa and Bengal;
It echoes in the hills of the Vindhyas and Himalayas,
Mingles in the music of Yamuna and Ganga and is chanted by
The waves of the Indian Sea.
They pray for thy blessings and sing thy praise.
The saving of all people waits in thy hand,
Thou dispenser of India's destiny,
Victory, victory, victory to thee.




To know more The Hindu



domenica 25 settembre 2016

Il cercatore è il cercato

Nisargadatta Maharaj 
(Jitendra Arya - http://www.acornpressonline.com/)
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Ramesh S. Balsekar è stato discepolo di Nisargadatta Maharaj, grande saggio indiano maestro del vedanta, e ha raccolto in  un interessantissimo libro alcuni degli insegnamenti fondamentali  del maestro.
"Nel corso degli anni la persona cambia totalmente - diceva Maharaj - ma resta una particolare identità immutata ed immutabile. Questo è il costante senso di presenza, il senso che tu esisti. Questo senso o sentimento 'io sono' non è mai cambiato."
E ancora: "Ciò che siamo è la presenza conscia. Non siamo il corpo che è soltanto un apparato psicosomatico usato per percepire la manifestazione".
"Tu sei quello che è precedente all'io sono".
"La liberazione è la profonda comprensione che il seme di tutta la manifestazione è la coscienza impersonale, che ciò che viene cercato è l'aspetto immanifesto della manifestazione e che perciò il cercatore stesso è il  cercato."
E a chi gli chiedeva cosa fare per raggiungere la liberazione Nisargadatta rispondeva, "non c'è niente da fare. C'è solo da vedere il transitorio come transitorio, l'irreale come irreale, il falso come falso e realizzerete la vostra vera natura".
"La persona che uno pensa di essere - continua Maharaj - è solo il prodotto dell'immaginazione e il Sè è la vittima di questa illusione. Non possiamo sapere quello che siamo sino a che non ci svegliamo dal sogno della fenomenalità".
"Una volta che il corpo muore, la coscienza manifesta è liberata e si fonde la coscienza impersonale, come una goccia d'acqua si fonde con l'oceano."
"Pensare di essere un'entità che deve raggiungere qualcosa, questo è il fraintendimento. Questo è il pensiero che conduce alla schiavitù, l'identificazione con un'entità. Nulla, assolutamente nulla al di fuori della disidentificazione porterà alla liberazione."
"Aggrappati a colui che sta cercando. Questo è tutto quello che c'è da fare. Alla fine scoprirai che il cercatore non è null'altro che la coscienza che cerca la sua sorgente e che il cercatore stesso è sia la ricerca che il cercato e che questo sei tu."
In Italia il libro si intitola "Nessuno nasce, nessuno muore" ed è edito da Edizioni Il Punto di Incontro.





domenica 17 aprile 2016

Ambedkar and Annihilation of Caste

B. R. Ambedkar
I just finished reading "Annihilation of Caste: The annotated critical edition" of Bhimrao Ramji Ambedkar with the introduction of Arundhati Roy entitled "The Doctor and the Saint" (Ed. Navayana - New Delhi).
This is the inaugural speech that Ambedkar would have to say in 1936 at a conference which was later canceled because of the explosiveness of the contents of the text which he had previously sent to the organizers.
Ambedkar (1891-1956) was a lawyer, graduated in the United States and the United Kingdom in law and economics, chairman of the committee that wrote the constitution of independent India. But it was also, or above all, a Dalit, an outcast, and throughout his life he fought against the institution of castes in India and came to the belief that the castes were inextricably linked to Hinduism and to eliminate them it was necessary to abandon the Hindu faith, which he did by converting to Buddhism.
In the text, in rational and consequential way, Ambedkar says just that.
The existence of castes "killed public spirit - says Ambedkar - has destroyed the sense of public charity" and disputes the view that the castes represent a normal division of labor, not being based on attitudes, but on the birth and on the "dogma of predestination".
And the blame for this where it is? In Hinduism. "What is wrong is our religion - Ambedkar writes  - which inculcated the notion of caste and the real remedy is to destroy the belief in the sanctity of the shastras, the sacred texts of Hinduism" beginning with the Rig Veda, in which it gives account of the birth of castes, ending with Manusmirti (the Code of Manu) with respect to which Ambedkar says "there is no code of laws more infamous regarding social rights that the laws of Manu."
Hinduism criticism continues in the text to be maintained that "the Hindu religion, as contained in the Vedas and smirtis, is nothing but a mass of  sacrificial, social, political, and sanitaryrules and regulations, all mixed up. What is called religion is really by the Hindus is nothing but a multitude of commands and prohibitions" and concludes "I have no hesitation in saying that such a religion must be destroyed".
The text could not be accepted by the conference organizers, they tried to convince Ambedkar to change it but getting only a rejection. The conference was then canceled and Ambedkar published the text at their own expense.
The controversy that the publication aroused was great and even Mahatma Gandhi intervened in Harijan magazine in defense of Hinduism and its texts. But I will speak about in a future post.






Ambedkar e le caste

B.R. Ambedkar
Ho appena finito di leggere "Annihilation of caste: The annotated critical edition" di Bhimrao Ramji Ambedkar con l'introduzione di Arundhati Roy dal titolo "Il dottore ed il santo" (Ed. Navayana - New Delhi).
Si tratta della prolusione che Ambedkar avrebbe dovuto pronunciare nel 1936 ad un convegno che poi venne annullato proprio per l'esplosività del contenuto del testo che aveva preventivamente inviato agli organizzatori.
Ambedkar (1891-1956) era avvocato, laureato negli Stati Uniti e nel Regno Unito in discipline giuridiche ed economiche, presidente della commissione che scrisse la costituzione dell'India indipendente. Ma era anche, o soprattutto, un Dalit, un fuori casta e per tutta la sua vita lottò contro l'istituzione delle caste in India giungendo alla convinzione che le caste erano indissolubilmente legate all'induismo e che per eliminarle era necessario abbandonare la fede hindu, cosa che lui fece convertendosi al buddhismo.
Nel testo, in modo razionale e consequenziale, Ambedkar sostiene proprio questo. 
L'esistenza delle caste "ha ucciso lo spirito pubblico - dice Ambedkar - ha distrutto il senso della carità pubblica" e contesta l'opinione che le caste rappresentino una normale suddivisione del lavoro, non essendo basata su attitudini, ma sulla nascita e sul "dogma della predestinazione"
E la colpa di tutto questo dove si trova? Nell'induismo. "Ciò che è sbagliata è la nostra religione - scrive Ambedkar - che ha inculcato la nozione di casta e il reale rimedio è distruggere la fede nella santità dei shastra, i testi sacri dell'induismo" a cominciare dal Rig Veda, nel quale si dà conto della nascita delle caste, per finire con Manusmirti (il Codice di Manu) riguardo al quale Ambedkar dice "non esistono leggi più infami riguardo ai diritti sociali che le leggi di Manu".
La critica all'induismo continua nel testo fino a sostenersi che "la religione Hindu come contenuta nel Veda e nelle smirti, non è nient'altro che una massa di norme e regole sacrificali, sociali, politiche e sanitarie mescolate insieme, ciò che è chiamata religione hindu non è nient'altro che una moltitudine di comandi e proibizioni" e conclude "non ho esitazione a dire che tale religione deve essere distrutta".
Il testo non poteva essere accettato dagli organizzatori del convegno che cercarono di convincere Ambedkar a modificarlo ottenendo però solo un rifiuto. Il convegno venne allora annullato e Ambedkar pubblicò il testo a proprie spese.
La polemica che la pubblicazione suscitò fu ovviamente grandissima ed anche il Mahatma Gandhi vi intervenne nella rivista Harijan in difesa dell'induismo e dei suoi testi. Ma di questo parlerò in un prossimo post.

sabato 20 febbraio 2016

Ciò che è al di là e ancora non ha nome

In una bancarella di libri usati ho trovato l'illuminante libro "In India" (Ed. Guanda) scritto dal poeta messicano e premio Nobel per la letteratura Octavio Paz che è stato a lungo ambasciatore del suo paese in India e che conosceva molto bene e amava l'India.
Mi piace riportare un suo pensiero che mi è piaciuto molto.
Paz ricorda il suo primo impatto con l'India avvenuto a Bombay nel 1951. La chiassosa realtà dell'India lo frastorna e al termine della giornata cerca di ricapitolare ciò che aveva "visto, udito, fiutato e sentito: vertigine, orrore, meraviglia, gioia, entusiasmo, nausea, invincibile attrazione. Cos'è che mi attirava? Era difficile rispondere: l'uomo non è in grado di sopportare troppa realtà. E' vero, l'eccesso di realtà diventa irreale, ma questa irrealtà per me si era trasformata in una sorta di inatteso balcone da cui mi affacciavo, su cosa? Su ciò che è al di là e ancora non ha nome."



What is beyond and yet has no name

In a stand of used books I found the enlightening book "In light of India" written by the Mexican poet and Nobel Prize for Literature, Octavio Paz, who has long been in India as his country's ambassador, and he knew very well and he loved India.
I like to bring a thought that I liked a lot.
Paz remembers his first impression of India took place in Bombay in 1951. 
The noisy reality of India dazes him and at the and of that day day he try to summarize what he had "seen, heard, smelled and heard: dizziness, horror, wonder, joy, enthusiasm, nausea, invincible attraction. What is it that attracted me? It was difficult to answer: human kind cannot bear much reality. it 's true, the excess of reality becomes unreal, but this unreality for me was transformed into a sort of unexpected balcony from which I looked out, on what? On what is beyond and yet has no name."





domenica 31 gennaio 2016

The fearless place


The attainment of Brahman, of the knowledge of the Self, the goal Hindu spiritual path, is called from the Katha Upanishad, "reaching the fearless place" (II, 11). That is to reach "the other side of no fear."
Some translations speak of "place of safety", but it seems much more significant and beautiful the literal translation from the Sanskrit word "abhaya", which means "not fear".
And it is obvious that, once reached the Self, there is no more fear, because this achievement corresponds with the awareness of the absence of otherness. And where there is not another can not be afraid, you are afraid of something else, as we remember also the Brhadaryanaka Upanishad (I, 4, 2).
The first otherness that must be eliminated is that of me and mine, to be convinced that I am not my body, my experiences, my life, thinking that I am nama and rupa, name and form and not that I am the Self , tat tvam asi: I'm that one.
The great sage Ramana Maharshi recalls: "I stopped to take what was not me or mine and so I defeated every fear."
Knowledge of Brahman is the first self-knowledge as the Self and this Self, Brahman, is not knowable by the study, with the works, with the intelligence. "Only the man without wishes who want just the Self can reach it" (KU II 23).
"Close the doors of the  eleven gates fortress and look inside of you". (KU IV 1).




Il luogo della non paura

Il raggiungimento del Brahman ossia della conoscenza del Sè, obiettivo del cammino spirituale hindu, è chiamato dalla Katha Upanishad, "il raggiungimento del luogo della non paura" (II, 11). Si parla in particolare di raggiungere "l'altra sponda della non paura". 
Alcune traduzioni italiane parlano de "il luogo della sicurezza", ma mi sembra molto più significativa e bella la traduzione letterale dal sanscrito della parola "abhaya", che significa appunto "non paura".
Ed è ovvio che, una volta raggiunto il Sè non c'è più la paura, perchè tale raggiungimento corrisponde con la consapevolezza dell'assenza di alterità. E là dove non c'è un altro è impossibile avere paura, si ha paura di qualcosa d'altro, come ci ricorda anche la Brhadaryanaka Upanishad (I, 4, 2).

La prima alterità che va eliminata è quella dell'io e del mio,  l'essere convinti che io sia il mio corpo, le mie esperienze, la mia vita, pensare che io sia nama e rupa, nome e forma e non che io sia il Sè, tat tvam asi: io sono quello.
Il grande saggio Ramana Maharshi ricorda: "smisi di tenere a ciò che non era né me né mio e così sconfissi la paura".
La conoscenza del Brahman è innanzitutto la conoscenza di se stessi come il Sè e questo Sè, il Brahman, non è conoscibile con lo studio, con le opere, con l'intelligenza. "Solo l'uomo privo di desideri che aneli esclusivamente al Sè può raggiungerlo" (KU II 23).
Chiudere le porte della fortezza dalle undici porte e guardare dentro di sè (KU IV 1). 




martedì 5 gennaio 2016

Trimbakeshwar

I jyoti linga sono i linga naturali, ossia quelle rappresentazioni a iconiche, astratte di Shiva. I luoghi dove si trovano questi linga naturali, sono santuari privilegiati dell'induismo, metà di pellegrinaggi senza sosta. 
I jyoti linga in India sono soltanto dodici ed uno di essi a Trimbak in Maharastra a circa trenta chilometri da Nashik.
Il linga e' conservato nel garbaghra, la stanza più sacra, del Tempio Trimbakeshwar.
Non credete a quello che dicono le guide o che si dice in giro, il tempio, fino al linga e' accessibile anche ai non hindu. Basta trovare un bravo brahmano o, come nel nostro caso, un pujari (cioè un esecutore di riti e sacrifici), e ogni porta sarà aperta.
È così per mille rupie, che in India sono un'enormità (circa 14 euro), Parag, il pujari, che abbiamo trovato, ha celebrato un rito per noi è poi ci ha accompagnato nella visita del tempio, fino al linga che è bagnato dall'acqua del fiume sacro Godavari che, dopo un percorso sotterraneo dalle sue sorgenti, zampilla le sue acque proprio dove è stato costruito il tempio.
Trimbak e' una cittadina che ovviamente ruota attorno al tempio e al fiume sacro. Le strade sono molto vivaci e piene di negozi che vendono articoli devozionali e varia chincaglieria.
Punto di ritrovo fondamentale del paese e' la vasca delle abluzioni che potete vedere in questa foto.

                           

Gente di ogni sesso ed età si bagnano nelle acque del Godavari raccolte in questa vasca, in questo modo si lavano dai peccati e purificano la propria anima.
Ai bordi di questa vasca c'è un'umanita' incredibili, una meraviglia, ci sarei rimasto per ore.
Da domani il nostro viaggio cambia marcia e finalità. Quindi con questo post termino il mio resoconto.
Quando sarò tornato in Italia, approfondirò e rifletterò sull'esperienze vissute in India.
Namaste.







lunedì 4 gennaio 2016

Nashik, la seconda Varanasi

Abbiamo raggiunto Nashik da Aurangabad col Janshatabdi Express delle 6 e siamo arrivati alle 9. Costo del biglietto 845 rupie in due (circa 11 euro).
A differenza di Aurangabad e nonostante il milione e mezzo di abitanti, Nashik - per quanto abbiamo visto - e' una città pulita e ordinata, le strade sono ben messe e lo smog non ti prende la gola.
Quando Surpanakha, sorella del demone Ravana, tento' il fratello di Rama, Lakshmana, di cui si era innamorata, questi le taglio il naso (nasika). Il fatto avvenne proprio qui e per questo la città si chiama Nashik.
Si tratta di una città molto importante per l'induismo, in quanto è adagiata sulle sponde del secondo fiume più importante per gli hindu dopo il Gange, il Godavari. Per questo è anche conosciuta come la Varanasi del sud.
Le cose da vedere a Nashik sono molte, ma soprattutto c'è tutta un'atmosfera da vivere.
D'obbligo una (lunga) visita al Ramkund, il gath lungo il Godavari. Qui c'è di tutto. Persone che si immergono nell'acqua per lavare i propri peccati, santoni in meditazione, astrologi che ti leggono il futuro, bancherelle che vendono oggetti devozionali. Una meraviglia! Lungo il gath ci sono anche piccoli templi e tabernacoli molto interessanti.
Non molto distante dal Ramkund, vale la pena di visitare il Kalaram Mandir, tempio molto suggestivo. Meno suggestivo invece è il moderno Bhakti Dham Shrin Templum, con statue dai colori sgargianti. Se volete ripassare i dieci avatara di Vishnu, può essere utile farci un salto.
Poco fuori Nashik, sulla strada per Mumbai, si trova il Jain Mandir che vi consiglio di visitare.






domenica 3 gennaio 2016

Aurangabad






Aurangabad, oltre un milione di abitanti, è una città molto caotica. Le strade, anche quelle 'centrali', sono sporche e mal ridotte, il traffico è infernale, smog e polveri ti prendono alla gola, gli edifici sono realizzati senza criteri. Ma se ci siete, molto probabilmente come base per andare a Ellora e Ajanta, tanto vale che le dedichiate un po' di tempo, diciamo almeno una mezza giornata. Se prendete un guidatore di moto risciò sveglio, potrete vedere due o tre cose interessanti.
Innanzitutto merita sicuramente una visita il Bibi-qua-Maqbara (foto in alto). Si tratta di una versione ridotta del Taj Mahal, realizzata nel1679 da Azam Khan, figlio del Maharaja Aurangzeb. L'edificio che vedete qui sotto e' il mausoleo della madre di Azam. A differenza del Taj Mahal, il Bibi ha solo il basamento di marmo mentre l'intero edificio è rivestito di malta, è di dimensioni più piccole e il giardino circostante è ridotto, ma è ugualmente suggestivo soprattutto se ci arrivate al tramonto.
Nell'interno è posta la tomba della sposa di Aurangzeb.
Anche il Panchakki è un posto che merita una visita. Originariamente c'era una ruota ad acqua (Panchakki significa appunto ruota ad acqua) alimentata dall'acqua proveniente da un bacino che serviva a far girare una macina gigante. Ora ci sono solo due grandi vasche, una piccola moschea e la tomba di un santo sufi. Impressionante il baniano gigante, un albero enorme che risale al 1600!
Avete ancora voglia di girare per le strade polverose di Aurangabad? Potete andare al Ganesh Mandir nel quartiere Mahesh Nagar, è un tempio semplice frequentato da persone semplici, molto istruttivo per imparare rituali e devozioni hindu.

sabato 2 gennaio 2016

Ellora

Le grotte di Ellora sono bellissime. Si tratta di un complesso di 34 grotte induiste, buddhiste e jainiste, tutte ricavate 'per sottrazione' da una collina di basalto. Si estendono per circa due chilometri nei pressi del villaggio di Ellora che dista una trentina di chilometri da Aurangabad (circa quaranta minuti in auto).
Le grotte sono tutte belle. Quelle jainiste all'interno hanno statue del fondatore Mahavira e degli altri profeti del jainismo.
In quelle buddhiste nella cella centrale c'è sempre una statua di Buddha con le mani (mudra) nel segno della predicazione. Purtroppo in queste grotte i dipinti non si sono conservati come in quelle di Ajanta.
Ma il capolavoro più incredibile di tutti e' il Tempio Kailasa. Un tempio hindu ricavato dalla roccia alto trenta metri, largo sessanta e lungo novanta.
Si tratta di un monumento strepitoso, possente e al tempo stesso leggero, ricco di bassorilievi di tutte le divinità, di scene tratte dal Mahabharata e dal Ramayana.
Il tempio, ricavato da un unico monolite, è realizzato nella classica forma di carro, con torre nella parte posteriore ed è dedicato a Shiva e alla sua dimora posta, appunto, sul Monte Kailasa sull'Himayala.
Di tutte le statue, i bassorilievi, le colonne, voglio ricordare soltanto il complesso statuario dedicato ai tre fiumi sacri dell'induismo rappresentati da altrettante dee. Al centro la dea Ganga con ai lati la dea Saraswati e Yamuna, gli affluenti di destra e di sinistra del grande fiume Gange.


Ellora - La dea dell'abbondanza



                                                  Interno di grotta jainista