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domenica 3 giugno 2018

Yajnavalkya e la topolina

File:Shri Surya Bhagvan bazaar art, c.1940's.jpg
Surya, Dio del Sole
Un giorno il saggio Yajnavalkya stava compiendo le personali abluzioni nel sacro Gange quando dal cielo cadde nelle sue mani una topolina che si era fortunosamente liberata dal becco di un uccello rapace. 
Con la forza delle proprie austerità e grazie ai poteri che aveva accumulato, il saggio trasformò la topolina in una bellissima bambina. 
Yajnavalkya tornò a casa e consegnò la piccola alla moglie che non riusciva ad avere figli e le disse: 
“Ecco, prendi questa bambina, accoglila e crescila come se fosse nostra figlia.” 
La bambina crebbe serena nella famiglia del saggio e giunse all’età in cui doveva essere data in sposa. Yajnavalkya amava molto quella che era diventata sua figlia e non voleva imporle un marito, ma desiderava che l’uomo scelto fosse di gradimento della ragazza. 
Il saggio pensò subito a una marito bellissimo e soprattutto potente e si rivolse a Surya, il Dio Sole, che si dichiarò disponibile. 
“Surya è troppo ardente – disse però la ragazza – non posso accettarlo.” 
Yajnavalkya allora chiese a Surya: 
“O venerabile Dio del Sole chi è più potente di te?” 
“La nuvola è più potente di me – rispose Surya – infatti quando giunge lei, io divento invisibile.” 
“Ti piace la nuvola?” chiese allora il saggio alla figlia. 
“No – rispose la ragazza – la nuvola è fredda e buia.” 
Yajnavalkya si rivolse allora alla nuvola e le chiese: 
“Potente nuvola, chi ti è superiore?” 
“Il Vento – rispose lei – quando spira il Vento io vengo spazzata via.” 
Ma alla ragazza non piaceva neppure il vento, “è troppo instabile” disse. 
“Oh Vayu, potente Dio del vento – chiese allora Yajnavalkya – chi è più forte di te?” 
“Il Dio della montagna è più forte di me – rispose il vento – quando lo incontro non riesco mai ad oltrepassarlo e la mia corsa si deve fermare.” 
 “Dammi un altro marito – disse però la ragazza – la montagna è troppo aspra e dura, non voglio sposarla.” 
Ma chi ci poteva essere di più potente di una montagna? 
Yajnavalkya chiese allora umilmente alla montagna: 
“O possente, chi è più forte di te?” 
E la montagna rispose: 
“I topi, loro sono più potenti di me perchè scavano fori nel mio corpo senza che io possa farci niente, rivolgiti a loro.” 
Yajnavalkya andò allora dal Re dei topi e chiese a sua figlia se quello era il marito che voleva. 
“Oh sì – disse lei raggiante – finalmente uno della mia specie, padre ti prego trasformami nuovamente in topo poiché è lui il marito che voglio!” 
E così fu.




sabato 19 maggio 2018

Rudraksha, il gatto in meditazione

Particolare del bassorilievo di Mahabalipuram,
il gatto è sotto le zanne dell'elefante
C’era una volta in India un gatto molto astuto che, per poter catturare i topi senza troppo sforzo, fingeva di essere un saggio in meditazione. 
Il gatto quindi – imitando i grandi rishi dell’induismo – stava fermo ritto su una gamba con le zampe anteriori alzate e le 'mani' giunte. 
Lo chiamavano Rudraksha, perchè aveva anche il tradizionale rosario induista, il japamala che è formato da semi di rudraksha, le lacrime di Shiva.
La notizia si diffuse rapidamente e tutti, uomini ed animali, si recavano a rendere omaggio al ‘santo’. 
Anche i topi, vinto il loro iniziale timore, si recarono a venerare il gatto. 
Ma dopo un po’ di tempo i topi cominciarono a rendersi conto che il loro numero diminuiva mentre il gatto ingrassava sempre più. 
Scoperto il trucco, il gatto Rudraksha dovette emigrare e andare ad ingannare altri topi in altri luoghi. 
Di questo racconto abbiamo anche la narrazione scultorea. Infatti a Mammalipuram (o Mahabalipuram) vicino a Chennai sulla costa sud orientale dell'India nel meraviglioso bassorilievo che narra la nascita del fiume Gange possiamo vedere Rudraksha, il gatto in meditazione.  
In India i gatti sono considerati animali inaffidabili ed ipocriti tanto che il Manusmriti (Le Leggi di Manu) suggerisce all’uomo saggio di “non offrire neppure un po’ d’acqua a colui che si comporta come un gatto” e poi spiega che “chi fa della religione solo apparenza, chi è avido, infido, ipocrita ed imbroglione, chi è disposto a stringere alleanze con chiunque è uno che si comporta come un gatto” (Manusmriti IV, 192 ss.).


domenica 22 giugno 2014

I ciechi e l'elefante

Le zanne di un elefante indiano
Si trattava di un villaggio molto strano, tutti i suoi abitanti erano ciechi.
Un giorno si accampò proprio fuori dalle mura la carovana straniera guidata da un principe che stava sopra un grosso elefante.
La notizia si sparse tra gli abitanti del villaggio, ma soprattutto sorse una domanda: "Come è fatto un elefante?"
Il Consiglio del villaggio si riunì e decise all'unanimità di inviare i sei saggi del paese a verificare come fosse questo strano animale.
Il primo saggio cieco si recò all'accampamento straniero e chiese il permesso di toccare l'animale. Così lo avvicinarono alla bestia e il saggio toccò un orecchio.
Tornato al villaggio dichiarò senza ombra di dubbio che "l'elefante è come un grosso ventaglio rugoso."
Il secondo saggio toccò invece la proboscite e, tornato al villaggio, dissentì dal primo collega e sostenne con certezza che "l'elefante è come una grossa canna bucata."
Fu la volta del terzo saggio che toccò una zampa dell'elefante e, in disaccordo con gli altri due, sostenne che "L'elefante è come una colonna o - al limite - come il tronco di un albero!".
Il quarto saggio cieco toccò il ventre dell'animale e, sicuro della propria esperienza, disse: "Gli altri sbagliano, l'elefante è come un enorme mantice o un muro che respira."
Il quinto saggio toccò le zanne e sostenne con certezza che "l'elefante era fatto come due lance aguzze."
Fu la volta infine del sesto saggio che, toccata la coda dell'animale, tornò al villaggio certo che l'elefante fosse come una "lunga fune."
Guardatevi da coloro che credono di essere gli unici a conoscere la Verità. La Verità è così grande che l'uomo non è in grado di conoscerla interamente, ma può conoscerne soltanto una parte. 



sabato 28 settembre 2013

Nala e Damayanti

Nala e Damayanti (di R.R. Varma)
Nala, giovane Re di Nishada, e Damayanti, la bellissima figlia di Bhima re di Vidarbha, erano follemente innamorati l’uno dell’altra.
I due non si erano mai visti, ma Nala era perdutamente innamorato di quella ragazza la cui bellezza era leggendaria e lei, Damayanti, era persa per il giovane re, di cui si decantavano la forza e l’onestà, la bellezza e la bontà, il fascino e l’affabilità.

Quando venne il tempo, il re Bhima organizzò lo swayamvara della figlia, la cerimonia durante la quale la principessa doveva scegliere il proprio sposo ponendo al suo collo una ghirlanda di fiori.

Moltissimi re e principi di tutta la terra si recarono allo swayamvara e accorsero addirittura quattro potentissimi re: Indra, Varuna, Yama ed Agni, tutti attratti dall’irresistibile bellezza di Damayanti.
Il re Nala lungo la strada incontrò i quattro dèi e si prostrò ai loro piedi dichiarandosi loro servo, disposto a fare qualsiasi cosa per loro. Gli dèi chiesero allora a Nala di andare da Damayanti e di dirle che avrebbe dovuto scegliere come sposo uno di loro. Per consentire a Nala di entrare nel palazzo reale, gli dèi gli consegnarono un mantra che lo avrebbe reso invisibile. 
Con la morte nel cuore, Nala eseguì il suo compito, ma la principessa gli disse, “Renderò i degni onori a quei potenti dèi, ma sceglierò come marito l’uomo che da tempo alberga nel mio cuore.”
Conosciuta la risposta della principessa, i quattro dèi decisero allora di assumere tutti e quattro le sembianze di Nala cosicchè quando il cerimoniere annunciò l’ingresso del re di Nishada, entrarono cinque sovrani tutti perfettamente uguali l’uno all’altro. Tutte le persone che partecipavano alla cerimonia rimasero stupefatte, cinque uomini tutti identici l’uno all’altro!
Al momento culminante dello swayamvara, quando la principessa doveva cingere il collo del prescelto con una ghirlanda di fiori, Damayanti però non ebbe esitazione e scelse il vero Nala.
Gli dèi rimasero stupiti e chiesero alla principessa come avesse fatto a riconoscere il vero Nala.
“Ho visto che Nala poggiava i piedi per terra, che il suo corpo faceva ombra e batteva le ciglia, tutte cose che voi, essendo esseri divini, non fate e così ho scelto lui, l’uomo che amo.”

sabato 3 agosto 2013

Narada e il contadino

Il saggio Narada
Narada, un grande saggio dell’hinduismo, era veramente compiaciuto della propria santità e della propria devozione a Dio a cui il suo pensiero era sempre rivolto.

Vishnu allora gli apparve e gli disse di recarsi presso un contadino che viveva ai margini della città per conoscere una persona che era più santa e più devota di Narada stesso.
Il saggio si recò immediatamente da questo contadino e lo seguì dalla mattina alla sera per vari giorni. E cosa vide? Vide un povero lavoratore che la mattina presto si alzava, pregava brevemente Dio e poi si recava nei campi a lavorare tutto il giorno. La sera, prima di coricarsi, il contadino invocava nuovamente Dio e si addormentava.
“E quest’uomo sarebbe più santo e più devoto di me?”, chiese meravigliato Narada.
“Ti spiegherò un altro giorno - rispose Vishnu - ora ti devo dare un importante incarico, prendi un vaso di terracotta e riempilo fino al colmo di olio, poi con questo vaso in mano fai il giro di tutta la città senza versare neppure una goccia di olio.”
Narada, compiaciuto di essere stato prescelto dal Dio, fece ciò che Vishnu gli aveva chiesto e impiegò l’intera giornata per percorrere quella distanza. Al calar del sole tornò stanco e soddisfatto dal Dio, dicendogli, “Ecco il vaso, ho fatto il giro della città senza versare neppure una goccia d’olio!”
“Bene – rispose Vishnu – e quante volte mi hai invocato o hai pregato durante il tuo tragitto?”
“Mio Dio – replicò Narada – ero impegnato a non versare l’olio e a camminare, come facevo a pensare a te o a pregare?”
“Non è allora più santo di te quel contadino – disse Vishnu - che, nonostante la fatica, ogni mattina ed ogni sera invoca il mio nome?”

sabato 6 aprile 2013

Il predestinato

Quattro contadini vennero sorpresi in mezzo ai campi da un violentissimo temporale. La pioggia scendeva violentemente e i quattro uomini si ripararono sotto un albero molto grande. 
Il temporale peggiorò, cominciarono a schiantarsi a terra fulmini violentissimi e gli uomini capirono che Indra, dio del cielo, aveva preso di mira uno di loro e voleva fulminarlo. Ma chi dei quattro? 
Quando un fulmine lampeggiò vicino all’albero, uno dei quattro contadini disse: “Ormai è chiaro, Indra vuole uno di noi ed è inutile far correre rischi agli altri tre. Propongo che a turno, ciascuno di noi abbandoni questo albero e corra verso quel piccolo albero che è di fronte a noi e poi torni qui. Se è lui il predestinato, Indra lo colpirà, sarà soddisfatto e gli altri saranno salvi.” 
Gli altri contadini accettarono e sorteggiarono chi doveva correre per primo. 
Con la paura nel cuore il primo contadino corse verso l’albero che aveva di fronte, lo raggiunse e tornò sotto il grande albero. 
E così fecero altri due contadini, corsero, raggiunsero il piccolo albero e tornarono salvi mentre il temporale si abbatteva sempre più violentemente. 
Era rimasto l’ultimo contadino, sicuramente era lui il predestinato. 
“Non voglio andare – disse il poveretto – fatemi stare qui con voi, fin quando saremo insieme Indra non si abbatterà su di noi, perché non vorrà far perire tre innocenti per colpire un solo predestinato!” 
Ma gli altri contadini non vollero sentire ragioni e spinsero a forza il contadino fuori dal grande albero. 
Il poveretto piangendo e in preda al terrore cominciò a camminare verso il piccolo albero e dopo pochi passi, sentì alle proprie spalle uno schianto violentissimo. Si girò e vide che un fulmine si era abbattuto sul grande albero, lo aveva carbonizzato e con lui anche i tre contadini che vi erano sotto.

domenica 2 dicembre 2012

Rudraksha, il gatto in meditazione

Particolare del bassorilievo di Mahabalipuram,
il gatto è sotto le zanne dell'elefante
C’era una volta in India un gatto molto astuto che, per poter catturare i topi senza troppo sforzo, fingeva di essere un saggio in meditazione. 
Il gatto quindi – imitando i grandi rishi dell’induismo – stava fermo ritto su una gamba con le zampe anteriori alzate e le 'mani' giunte. 
Lo chiamavano Rudraksha, perchè aveva anche il tradizionale rosario induista, il japamala che è formato da semi di rudraksha, le lacrime di Shiva.
La notizia si diffuse rapidamente e tutti, uomini ed animali, si recavano a rendere omaggio al ‘santo’. 
Anche i topi, vinto il loro iniziale timore, si recarono a venerare il gatto. 
Ma dopo un po’ di tempo i topi cominciarono a rendersi conto che il loro numero diminuiva mentre il gatto ingrassava sempre più. 
Scoperto il trucco, il gatto Rudraksha dovette emigrare e andare ad ingannare altri topi in altri luoghi. 
Di questo racconto abbiamo anche la narrazione scultorea. Infatti a Mammalipuram (o Mahabalipuram) vicino a Chennai sulla costa sud orientale dell'India nel meraviglioso bassorilievo che narra la nascita del fiume Gange possiamo vedere Rudraksha, il gatto in meditazione.  
In India i gatti sono considerati animali inaffidabili ed ipocriti tanto che il Manusmriti (Le Leggi di Manu) suggerisce all’uomo saggio di “non offrire neppure un po’ d’acqua a colui che si comporta come un gatto” e poi spiega che “chi fa della religione solo apparenza, chi è avido, infido, ipocrita ed imbroglione, chi è disposto a stringere alleanze con chiunque è uno che si comporta come un gatto” (Manusmriti IV, 192 ss.).

sabato 22 settembre 2012

"Tra sette giorni morirai"

Templi Indù di Khajuraho
A Paithan, nello stato del Maharastra, viveva un saggio molto stimato di nome Eknaath. Un giorno si recò da lui un uomo insoddisfatto della propria vita che gli disse: 
“Grande saggio Eknaat, la tua vita è così semplice e priva di peccati! Non ti arrabbi con nessuno, non litighi con nessuno, niente ti fa preoccupare, non odi nessuno. Sei calmo, paziente, amorevole, puro! Come fai? Insegnami il segreto.” 
“Lascia perdere me – gli disse Eknaath – in realtà so qualcosa su di te. Tra sette giorni morirai.” 
Chi non avrebbe creduto alle parole di Eknaath? Morire nel giro di sette giorni? Che disgrazia! L’uomo sconvolto si recò a casa, niente gli era più caro, di niente più si preoccupò. Si ammalò. Passarono sei giorni e non si riprendeva. Il settimo giorno giunse da lui in visita Eknaath che gli chiese: 
“Come stai?” 
“Tutto è finito – rispose l’uomo – sto morendo.” 
Eknaath chiese ancora: 
“In questi sei giorni, quanti peccati hai commesso, con quante persone ti sei adirato e quanti cattivi pensieri hai avuto o male azioni commesso?” 
E l’uomo, che era ormai in attesa della morte, rispose: 
“Saggio Eknaat, come potevo avere tempo di preoccuparmi di qualcosa? Come potevo commettere azioni cattive o avere pensieri peccaminosi? La morte è stata continuamente davanti ai miei occhi.” 
Eknaath allora disse: 
“Ora sai la ragione per cui la mia vita è assolutamente priva di peccato? Se la morte si trova sempre di fronte a noi, come possono sorgere pensieri cattivi, come possiamo desiderare qualcosa? Pensare continuamente alla morte è il modo di evitare i peccati. Se la morte lo guarda continuamente in faccia, con quale forza l’uomo può commettere peccato?”

domenica 27 maggio 2012

Il serpente sul sentiero

Kottayam - Kerala (India)
In un villaggio immerso nel bosco ai piedi dell’Himalaya esistevano molte strade e molti sentieri che conducevano da tutte le parti dell’India, ma esisteva un sentiero che nessuno sapeva dove conducesse in quanto nessuno lo aveva mai percorso.
Il fatto è che a un certo punto di questo sentiero, proprio quando il bosco si faceva più oscuro e impenetrabile, nel bel mezzo del viottolo, c’era un cobra che non si muoveva mai di lì. Un serpente velenoso molto potente, forse magico in quanto non si spostava neppure se gli venivano tirate pietre o qualsiasi altro oggetto.
Gli abitanti del villaggio non osavano avvicinarsi né tantomeno tentavano di oltrepassare il serpente perché temevano per la propria vita e per questo motivo non sapevano dove il sentiero conducesse. 
Un giorno al villaggio arrivò un saggio che si stabilì per un certo tempo in una grotta vicina, quando si rese conto che nessuno percorreva quel sentiero ne chiese il motivo. 
“C’è un cobra velenosissimo e pericolosissimo – gli risposero - che veglia giorno e notte su quel sentiero e non fa passare nessuno.” 
Il saggio rimase meravigliato e, nonostante gli abitanti lo sconsigliassero, percorse il sentiero, vide il serpente, si avvicinò, l’animale non si muoveva, il saggio avanzò ancora e solo quando fu a pochi passi dal serpente si accorse che non si trattava di un serpente, ma di una corda che, nell’oscurità del bosco, sembrava effettivamente un serpente, ma non lo era. Il saggio non tornò al villaggio, ma superò la corda e percorse il sentiero fin dove quello portava. 
Gli abitanti del villaggio, non vedendolo tornare, pensarono che il serpente lo avesse inghiottito e ancor oggi non percorrono quel sentiero per paura del serpente. 
Per il vedanta, il mondo esteriore, quello percepito dai sensi è come quella corda. Gli uomini credono che sia reale e si comportano di conseguenza. In realtà è solo maya, illusione.

sabato 21 aprile 2012

"Sei tu il decimo"

Fiume indiano (Tamil Nadu)
Dieci uomini erano in cammino quando si trovarono di fronte un fiume impetuoso. Nessuno sapeva nuotare bene e la corrente del fiume era molto violenta, ma dovevano oltrepassarlo per proseguire il proprio cammino.
Uno ad uno i dieci uomini si gettarono quindi nel fiume. Dopo molta fatica giunsero sull’altra sponda ed uno di loro contò per verificare se tutti e dieci si fossero salvati. Ma contò solo nove persone in quanto, ancora molto turbato dalla traversata, si dimenticò di contare se stesso.
Per verificare meglio anche un altro di loro contò i compagni e anche lui arrivò a nove, perché anche lui si dimenticò di contare se stesso.
Convinti di aver perso un proprio compagno gli uomini si disperarono finchè non passò da quel luogo uno sconosciuto che domandò loro perché si disperassero.
Gli raccontarono che avevano perso un compagno oltrepassando il fiume e per dargliene prova uno di loro contò nuovamente i compagni e disse, “vedi, eravamo dieci e ora siamo nove, abbiamo perso un nostro compagno!”
L’uomo capì subito l’errore e toccò il petto della persona che aveva contato gli altri compagni dicendole, “sei tu il decimo.”
E così fece con gli altri compagni, toccò il petto a ciascuno e gli ripetè, “sei tu il decimo.”
Allo stesso modo il discepolo va dal proprio guru dicendogli, “non riesco a trovare la verità, ho cercato nella mondo, nello studio, nella scienza, nella religione, l’ho cercata anche in cielo, ma non l’ho trovata.”
Il guru allora si avvicina al discepolo, gli tocca il petto e gli dice “tat tvam asi”, cioè “tu sei quello, tu sei la verità che vai cercando.”

sabato 31 marzo 2012

Yajnavalkya e la topolina

In India spesso si ricorda una storia tratta dal Panchatantra, la famosa raccolta di racconti indiani, per spiegare l’idea Indiana dell’ineluttabilità della propria condizione personale a causa del residuo karmico, a causa cioè delle conseguenze derivanti da azioni compiute anche in vite precedenti. 
File:Shri Surya Bhagvan bazaar art, c.1940's.jpg
Surya, Dio del Sole
Ecco una di queste storie. 

Un giorno il saggio Yajnavalkya stava compiendo le personali abluzioni nel sacro Gange quando dal cielo cadde nelle sue mani una topolina che si era fortunosamente liberata dal becco di un uccello rapace. 
Con la forza delle proprie austerità e grazie ai poteri che aveva accumulato, il saggio trasformò la topolina in una bellissima bambina. 
Yajnavalkya tornò a casa e consegnò la piccola alla moglie che non riusciva ad avere figli e le disse: 
“Ecco, prendi questa bambina, accoglila e crescila come se fosse nostra figlia.” 
La bambina crebbe serena nella famiglia del saggio e giunse all’età in cui doveva essere data in sposa. Yajnavalkya amava molto quella che era diventata sua figlia e non voleva imporle un marito, ma desiderava che l’uomo scelto fosse di gradimento della ragazza. 
Il saggio pensò subito a una marito bellissimo e soprattutto potente e si rivolse a Surya, il Dio Sole, che si dichiarò disponibile. 
“Surya è troppo ardente – disse però la ragazza – non posso accettarlo.” 
Yajnavalkya allora chiese a Surya: 
“O venerabile Dio del Sole chi è più potente di te?” 
“La nuvola è più potente di me – rispose Surya – infatti quando giunge lei, io divento invisibile.” 
“Ti piace la nuvola?” chiese allora il saggio alla figlia. 
“No – rispose la ragazza – la nuvola è fredda e buia.” 
Yajnavalkya si rivolse allora alla nuvola e le chiese: 
“Potente nuvola, chi ti è superiore?” 
“Il Vento – rispose lei – quando spira il Vento io vengo spazzata via.” 
Ma alla ragazza non piaceva neppure il vento, “è troppo instabile” disse. 
“Oh Vayu, potente Dio del vento – chiese allora Yajnavalkya – chi è più forte di te?” 
“Il Dio della montagna è più forte di me – rispose il vento – quando lo incontro non riesco mai ad oltrepassarlo e la mia corsa si deve fermare.” 
 “Dammi un altro marito – disse però la ragazza – la montagna è troppo aspra e dura, non voglio sposarla.” 
Ma chi ci poteva essere di più potente di una montagna? 
Yajnavalkya chiese allora umilmente alla montagna: 
“O possente, chi è più forte di te?” 
E la montagna rispose: 
“I topi, loro sono più potenti di me perchè scavano fori nel mio corpo senza che io possa farci niente, rivolgiti a loro.” 
Yajnavalkya andò allora dal Re dei topi e chiese a sua figlia se quello era il marito che voleva. 
“Oh sì – disse lei raggiante – finalmente uno della mia specie, padre ti prego trasformami nuovamente in topo poiché è lui il marito che voglio!” 
E così fu.

venerdì 22 aprile 2011

Fiaba indiana

Assortimento di sari indiani
Oggi voglio raccontare una novella che ben sintetizza uno dei concetti cardine dell’induismo, la ‘divinità’ dell’uomo e la necessità di cercare Dio o l’assoluto dentro di noi e non fuori, con la meditazione e non con l’azione.
All’inizio dei tempi  non c’erano distinzioni tra mortali e immortali, tra dei e uomini, tutti erano dei. Gli uomini però fecero cattivo uso della loro divinità e gli dei decisero di degradarli a esseri mortali. Per fare questo gli dei privarono gli uomini della loro divinità.
Una volta tornati in possesso della divinità degli uomini, gli dei si domandarono dove poterla nascondere affinché gli uomini non la ritrovassero.
Qualcuno consigliò di nasconderla nel folto della foresta, altri proposero di seppellirla sotto terra, altri ancora indicarono la profondità degli abissi marini come il miglior nascondiglio.
Ma nessuno di questi luoghi fu ritenuto adeguato, gli dei erano certi che l’uomo si sarebbe messo a cercare la propria divinità perduta dappertutto e – grazie alle sue abilità – l’avrebbe trovata.
Agli dei venne allora un’idea: “Perché non nascondiamo la divinità dell’uomo nella parte più nascosta del suo stesso cuore? Sicuramente quello è un luogo dove l’uomo non andrà a cercare.” E così fu.
E’ per questo che l’uomo ha esplorato le profondità degli oceani e i misteriosi spazi celesti, le foreste più selvagge e i deserti più inospitali, le montagne più impervie e i mari più burrascosi. Per cercare qualcosa che in realtà si trova all’interno del suo stesso cuore.