venerdì 29 aprile 2011

Di nuovo Ganesh

Ho già raccontato la più diffusa storia che riguarda la nascita di Ganesh, il dio dalla testa di elefante, ‘figlio’ di Shiva e Parvati. Oggi voglio però raccontarne un’altra, meno conosciuta, ma forse più interessante che è narrata in altri testi, principalmente nel Brhaddharma Purana.

Ebbene Shiva se ne stava assorto in meditazione quando la moglie Parvati lo interruppe. Voleva un figlio. Il Grande dio, il Mahayogi però si era sempre rifiutato di avere una discendenza. “I figli – diceva – servono ai genitori per lo svolgimento dei riti funebri e per la recitazione delle preghiere agli avi, ma io sono immortale e quindi non ne ho bisogno.”
A differenza degli altri dei infatti, Shiva (e prima di lui il suo corrispondente vedico Rudra), è fiero oppositore alla procreazione in quanto protettore dell’unità perfetta ed indistinta del brahman contro la dualità insita nella creazione dell’altro da Sé. Ma questo è un altro discorso.
Insomma, le insistenze di Parvati stremarono anche il Grande Dio che formò un bambino di pezza utilizzando il sari della moglie e glielo porse.
Parvati si irritò, “credi che sia una bambina dandomi una bambola di pezza per giocare?” Ma, una volta preso in braccio quel pezzo di stoffa, il bambino si animò. Parvati era raggiante, aveva un figlio da amare e lo mostrò a Shiva che lo esaminò. “Il bambino è nato sotto un cattivo auspicio – disse però il dio – Sanaiscara, il dio del pianeta Saturno lo ha condannato a una repentina morte.” E detto ciò al piccolo cadde a terra la testa.
Parvati fu disperata, non si dava pace, era passata dalla gioia di avere un figlio allo straziante dolore di vederlo morire.
Mosso a compassione, Shiva tentò di riattaccare la testa al piccolo, ma senza successo. Il dio allora ordinò al suo fedele servitore, il toro Nandin, di andare verso nord e di portare la testa di chiunque avesse trovato in quella direzione.
Nandin partì verso settentrione e si imbattè in Airavata, l’elefante bianco, vahana, cioè veicolo, di Indra. Ovviamente Indra cercò di impedire a Nandin di tagliare la testa a Airavata e nacque uno scontro che coinvolse anche altri dei. Ma la forza di Nandin però, che non era altro che la forza di Shiva, prevalse e alla fine il sacro toro tagliò la testa dell’elefante e la portò a Shiva che la pose sul collo del bambino che riprese vita. Così nacque Ganesh, signore degli elefanti e signore delle schiere, dio del benaugurio e dio della letteratura, Ekadanta cioè da una sola zanna in quanto l’altra si ruppe nella lotta contro Nandin.
E Indra? E il povero Airavata? Il re degli dei andò umilmente a chiedere perdono a Shiva il quale, nella sua benevolenza, gli disse: “Getta il corpo del tuo elefante nell’oceano, Airavata ne emergerà sano e salvo al momento del frullamento cosmico.” E così avvenne, come narrato in un altro post.

Ganesh again

I have told the most popular story about the birth of Ganesh, the elephant-headed God son of Shiva and Parvati. But today I want to tell another story, less known but perhaps more interesting told in other texts, but mainly in Brhaddharma Purana.

Ganesh bought in Mumbay
Well, Shiva stood absorbed in meditation when his wife Parvati interrupted him. She wanted a son. But the Great God, Mahayogi had always refused to have an offspring. “The children – he said – are used by parents to perform funeral rites and recitation of prayers to the ancestors, but I am immortal, and then I do not need it.”
Unlike the other Gods in fact, Shiva (and before him his corresponding Vedic God, Rudra), is proud opponent of procreation as protector of perfect and indistinct unity of Brahman against the duality inherent in creating the other by Self. But that’s another story.
Well, Parvati’s insistence exhausted even the Great God who made a child using patch of the sari of his wife and handed it to her.
Parvati was angry, “do you think I’m a girl giving me a rag doll to play?” But, picked up that piece of cloth, the baby came to life. Parvati was beaming, she had a son to love and showed him to Shiva who examined him. “The baby was born under a bad omen – Shiva said – Sanaiscara, the God of planet Saturn sentenced him to a sudden death.”
That said, the head of baby fell to the ground.
Parvati was hopeless, desperate, she was moved by the joy of having a child with the excruciating pain of seeing him die.
Moved with compassion, Shiva tried to reattach the head to the baby, but without success. The God then ordered his faithful servant, the bull Nandin, to go north and bring the head of anyone found in that direction.
Nandin went northward and came across Airavata, the white elephant , vahan, i.e. vehicle, of Indra. Obviously Indra tried to prevent Nandin to cut the head of Airavata and a hard fight began between Nandin, Indra and others Gods. But the strength of Nandin was the power of Shiva and prevailed and in the end the sacred bull cut off the head of the elephant and brought it to Shiva. The Great Gos put the head on the neck of his child and he came back to life. Thus Ganesh was born, Lord of the elephants and Lord of hosts, good luck God and God of literature, Ekadanta i.e. one tusked God as the other tusk was broken in the fight against Nandin.
And Indra? And poor Airavata? The King of the Gods went to ask for forgiveness of Shiva who, in his benevolence, said: “Throw the body of your elephant in the ocean, Airavata will come out safe and soul waters from at the time of churning of primordial ocean.” And so it happened, as told in another post.

domenica 24 aprile 2011

The story of Matsyagandha then called Satyavati

Chinese nets in Cochin
The history and literature of India handed down stories and legends of all kinds. Some are very unusual as that of the beautiful Matsyagandha that we find in the Mahabharata.
Very, very long ago there was a king named Uparichara and ruled the kingdom of Chedi. Like all the Kshatriyas - the warrior caste – he was fond of hunting. One day the king was ready to leave for a hunting trip with his favorite hawk when his wife asked him to stay in bed with her. She was eager to join her husband, she wanted a son. But the king would not, he was now ready and preferred to go hunting.
But when he found himself in the forest the king could not catch any prey, he realized that his mind had remained in the palace, in his room, now he wished his wife, it would have been better if he stayed in his bed.
Growing desire of his wife, Uparichara is excited to the point that scattered his seed. Then he picked it up on a banana leaf and handed it to his faithful hawk so take it to the queen.
The falcon left, but while it was flying was attacked by an eagle, in the clash the leaf with the seed fell into a river.
That river was inhabited by many fishes including Adrika, an apsara - that is a heavenly nymph - which had been converted into fish by the curse of an ascetic. Adrika rushed and swallowed the seed of the king, being pregnant immediately.
After nine months in that river a fisherman fishing Adrika. Took it home to clean the gutted, but he was stunned to see that in the belly of the fish were a boy and a girl.
The fisherman, very upset, ran to the King Uparichara, telling what happened and asking him to allow him to keep at least one of the children. The king thought for a long time and then decided to keep the male and to leave the female to the fisherman. The girl was named Matsyagandha which means ‘who one smells of fish’ the she was called Satyavati and she had an important role. But this is another tale.

La storia di Matsyagandhi poi divenuta Satyavati

Satyavati
La storia e la letteratura dell’India tramandano storie e leggende di ogni tipo. Alcune sono molto inusuali come quella della bella Matsyagandhi che ho tratto dal Mahabharata.

Molto, ma molto tempo fa esisteva un sovrano che si chiamava Uparichara e governava sul regno di Chedi. Come tutti gli kshatriya - ossia la casta guerriera -  era appassionato di caccia. Un giorno il re era pronto per partire per una battuta di caccia col suo falco preferito quando sua moglie lo invitò a restare a letto con lei. Era desiderosa di unirsi al marito, voleva da lui un figlio. Ma il re non volle, ormai era pronto e preferì andare a caccia.
Ma quando si trovò nella foresta il re non riusciva a catturare nessuna preda, si rese conto che la sua mente era rimasta a palazzo, nella sua camera, ora desiderava la moglie, sarebbe stato meglio che fosse rimasto nel suo letto.
Sempre più desideroso della moglie, Uparichara si eccitò a tal punto che sparse il proprio seme. Allora lo raccolse sulla foglia di un banano e lo consegnò al suo fedele falco affinchè lo portasse alla regina.
Il falco partì, ma mentre era in volo venne attaccato da un’aquila, nello scontro la foglia col seme cadde nell’acqua di un fiume.
Quel fiume era abitato da molti pesci tra cui Adrika, un’apsara - cioè una ninfa celeste - che era stata trasformata in pesce dalla maledizione di un asceta. Vedendo cadere qualcosa nell’acqua, il pesce Adrika si precipitò e ingoiò il seme del re, rimanendo immediatamente incinta.
Dopo nove mesi proprio in quel fiume un pescatore pescò Adrika. Portatola a casa la sventrò per pulirla, ma rimase sbalordito nel vedere che nel ventre del pesce c’erano un bambino e una bambina.
Il pescatore, molto turbato, corse dal re Uparichara, raccontando l’accaduto e pregandolo di permettergli di tenere almeno uno dei bambini. Il re pensò a lungo e poi decise di tenere il maschio e di lasciare al pescatore la femmina che il pescatore chiamò Matsyagandhi , cioè ‘colei che odora di pesce’, poi chiamata Satyavati, una regina che ebbe un importante ruolo nel Mahabharata. Ma questa è un’altra storia.

venerdì 22 aprile 2011

Indian tale

Indian 'tuc-tuc'
Today I want to tell a story that aptly summarizes one of the basic concepts of Hinduism, the 'divinity' of man and the need to seek God or the Absolute within us and not outside. By meditation and not by action.
At the beginning of time there were no distinctions between mortal and immortal, between Gods and men, all they were Gods.
But people made bad use of their own divinity and the Gods decided to degrade them to mortals. To do this, Gods deprived the people of their divinity.
Once back in possession of the divinity of men, the Gods wondered where it can be hidden so that people would not find it.
Someone advised  to hide the divinity of the men in the thick of the forest, others proposed to bury it under ground, others pointed to the depth of the deep sea as the best hiding place.
But none of these places was deemed appropriate, the Gods were certain that the men would have to search their own lost divinity everywhere and - thanks to their ability - they would find it.
Then an idea came to  the Gods: "Why don’t we hide the divinity of man in the most hidden part of his own heart? Surely that is a place where man will not seek it."
And so it was.
It’s why that man has explored the depths of the ocean and the mysterious celestial spaces, wildest forests and most inhospitable deserts, rugged mountains and stormy seas. To search for something that actually is within his own heart.

Fiaba indiana

Assortimento di sari indiani
Oggi voglio raccontare una novella che ben sintetizza uno dei concetti cardine dell’induismo, la ‘divinità’ dell’uomo e la necessità di cercare Dio o l’assoluto dentro di noi e non fuori, con la meditazione e non con l’azione.
All’inizio dei tempi  non c’erano distinzioni tra mortali e immortali, tra dei e uomini, tutti erano dei. Gli uomini però fecero cattivo uso della loro divinità e gli dei decisero di degradarli a esseri mortali. Per fare questo gli dei privarono gli uomini della loro divinità.
Una volta tornati in possesso della divinità degli uomini, gli dei si domandarono dove poterla nascondere affinché gli uomini non la ritrovassero.
Qualcuno consigliò di nasconderla nel folto della foresta, altri proposero di seppellirla sotto terra, altri ancora indicarono la profondità degli abissi marini come il miglior nascondiglio.
Ma nessuno di questi luoghi fu ritenuto adeguato, gli dei erano certi che l’uomo si sarebbe messo a cercare la propria divinità perduta dappertutto e – grazie alle sue abilità – l’avrebbe trovata.
Agli dei venne allora un’idea: “Perché non nascondiamo la divinità dell’uomo nella parte più nascosta del suo stesso cuore? Sicuramente quello è un luogo dove l’uomo non andrà a cercare.” E così fu.
E’ per questo che l’uomo ha esplorato le profondità degli oceani e i misteriosi spazi celesti, le foreste più selvagge e i deserti più inospitali, le montagne più impervie e i mari più burrascosi. Per cercare qualcosa che in realtà si trova all’interno del suo stesso cuore.

mercoledì 13 aprile 2011

Samutramanthan: The Churning of the cosmic ocean


Gods and asuras churning ocean
One of the most interesting myths of Hinduism is the Churning of the cosmic ocean, in Sanskrit the Samutramanthan.
The gods and asuras, dangerous demons, always fighting each others decided for once to make alliance to churn the infinite cosmic ocean and bring out the amrita, the nectar of immortality (in Sanskrit : "a" privative "mrit" = death).
To achieve their goal, they used as a “mixer” mount Mandara and plunged into the ocean resting on Kurma, the tortoise in which Vishnu had turned in his second avatar.
Once placed on the mountain tortoise, they wrapped around it  like a rope the snake Vasuki Nagaraja, the king of snakes. The demons grabbed the snake from side of the many mouths and the gods from the tail and they began to pull Vasuki from side to side by turning the mount in this way the cosmic ocean from which gigantic waves arose.
But from the ocean arose a terrible poison halahala. According others tradition the poison did not emerge from the water, but it was spewed from the mouths of the snake.
However things went, the terrible poison began to destroy everything that existed until Shiva intervened and swallowed the poison saving the existing. The poison did no harm to the great god, except to paint his neck at the troath blu, which is why the great god is also called Nilakantha, ie the blue troath. A few drops of poison fell upon the earth and for this there are several different plants and animals that are poisonous.
Having escaped the danger, the gods and the asuras went back to churn the ocean and from  waters Chaturdasa Ratnam, i.e. fourteen wonders, came out. The fourteen things desirable are: Amrita, nectar of immortality; Lakshmi, the goddess of fortune, wife of Vishnu, Dhanvantari, the physician of the gods who brought the cup with nectar; Sura the goddess of wine; Chandra, the moon; Rambha apsara or the vessel Pushpak; Uchchihsravas, the white horse; Airvata, the white elephant  vahana or vehicle of Indra; Parijata, tree of heaven; Kaustubha, the jewel of Vishnu; Kamadhenu or Surabhi, the cow of abundance; Sankha, the shell of Vishnu; Dhanu, the arc of Rama; Visha, poison and medicine.
Of course, when the amrita came out the gods and demons fought for possession, the fight lasted twelve days and twelve nights. During the fight from the pot (Kumbha in Sanskrit), fell four drops of nectar, in these places the holy cities of Allahabad, Haridwar, Ujjain and Nasik were born. In these cities every three years the great religious festival of Kumbha Mela is celebrated (in sanskrit festival of pot).
The asuras seized Amrita. The gods then turned to Vishnu who became Mohini, a girl of infinite beauty. She was able to steal from asuras the cup of Amrita and to bring it to the gods.


Samutramanthan: il frullamento dell'oceano

Uno dei miti più interessanti dell’induismo è quello del frullamento dell’oceano cosmico, in sanscrito il Samutramanthan.

Samutramanthan: in cima al monte Mandara siede Vishnu

Gli dei e gli asura, terribili demoni, sempre in lotta fra loro decisero per una volta di allearsi per  frullare le infinite acque dell’oceano cosmico e far emergere l’Amrita, cioè il nettare dell’immortalità (“a” privativo “mrita”=morte).
Per realizzare l’impresa utilizzarono come bastone il monte Mandara e lo immersero nell’oceano appoggiandolo su Kurma, la tartaruga nella quale si era trasformato Vishnu nel suo secondo avatar.
Una volta appoggiato il monte sulla tartaruga, vi avvolsero intorno a mo’ di fune il serpente Vasuki Nagaraja, cioè il Re dei serpenti. I demoni lo afferrarono dalla parte delle molteplici bocche e gli dei dalla parte della coda e cominciarono a tirarlo da una parte e dall’altra facendo ruotare il monte su se stesso e frullando in questo modo l’oceano cosmico dal quale sorsero gigantesche onde.
Ma a forza di frullare, dall’oceano scaturì il terribile veleno halahala. Per altre tradizione il veleno non emerse dalle acque, ma venne vomitato dalla bocca del serpente.
Comunque andarono le cose, il terribile veleno cominciò a distruggere tutto ciò che esisteva finchè non intervenne Shiva che ingoiò il veleno e salvò l’esistente. Il veleno non recò alcun danno al grande dio, salvo colorargli la gola di blu, motivo per cui Shiva è anche chiamato Nilakantha cioè dalla gola blu. Alcune gocce di veleno caddero sulla terra e per questo esistono varie piante e vari animali che sono velenosi.
Scampato il pericolo, gli dei e gli asura ripresero a frullare l’oceano e dopo mille anni dalle acque immense mosse da quell’inusuale strumento emersero quattordici meraviglie, le chaturdasa ratnam, le quattordici cose desiderabili.
Esse sono: l’Amrita, cioè nettare dell’immortalità; Lakshmi, la dea della fortuna sposa di Vishnu; Dhanvantari, il medico degli dei che portava la coppa col nettare; Sura la dea della bevanda inebriante; Chandra, la luna; Rambha l’apsara; Uchchihsravas, il cavallo bianco; Airvata, l’elefante bianco vahana cioè veicolo di Indra; Parijata, l’albero del paradiso; Kaustubha, il gioiello che porta Vishnu; Surabhi o Kamadhenu, la vacca dell’abbondanza; Sankha, la conchiglia che tiene Vishnu; Dhanu, l’arco di Rama; Visha, un veleno ma anche un farmaco miracoloso.
Ovviamente quando emerse l’amrita gli dei e i demoni lottarono per impossessarsene, la lotta durò dodici giorni e dodici notti. Durante lo scontro dal vaso (in sanscrito Kumbha) che conteneva l’amrita caddero a terra quattro gocce del nettare, in questi luoghi sono sorte le città sacre di Allahabad, Haridwar, Ujjain e Nasik dove a turno ogni tre anni si svolge la grandiosa festa religiosa del Kumbha Mela (in sanscrito Festa della coppa o del vaso). 
Gli asura si impossessarono infine dell’amrita. Gli dei allora si rivolsero a Vishnu che si trasformò in Mohini, una ragazza di bellezza infinita che con la sua seduzione riuscì a sottrarre agli asura la coppa dell’amrita riportandola agli dei.



sabato 9 aprile 2011

Praise of banana

Today I want to praise the banana. No joke, I'm serious. For a poor western travelling the length and breadth of India, banana is a point of reference.
First it is good, incredibly good. Nothing to do with tasteless bananas dealed us the West. Small, big, yellow, green and even red. Fried, but mostly raw, bananas are a certainty. Food hygiene to 100%, thanks to its natural shell, bananas free the poor western fearful of viruses and bacteria from embarrassing situations.
I remember during a trip in the remote countryside of Tamil Nadu, we bought fifty bananas that guarantee us a meal to the place where they sold food 'safe'.
The banana tree is also a generous plan. It's kind of seasonal shrub, it produces its bunches full of fruits and dies, leaving two or more threw that, once it is replanted, in order to grow other fruits and other sprouts.
The banana tree also provides the main dishes of Indian villages and homes, especially in the most humble. In fact the leaves of banana are the dishes on which each eat their own food. A beautiful green leave with over boiled white rice and a variety of colorful and spicy sauces.
I took this photo near Sivakasi in Tamil Nadu and that in other post at Madurai’s market: a lovely lady in her shop of  banana leaves.

Elogio della banana

Oggi voglio fare l'elogio della banana. Non è uno scherzo, dico sul serio. Per un povero occidentale che viaggia in lungo e in largo per l'India e non frequenta lussuosi ristoranti, la banana è un punto di riferimento imprescindibile.
Innanzitutto è buona, incredibilmente buona. Niente a che vedere con le banane insapori che ci propinano in occidente. Picc ole, grandi, gialle, verdi ed anche rosse. Cotte, ma prevalentemente crude, le banane sono una sicurezza. Cibo igienico al 100%, grazie al suo naturale involucro, la banana libera il povero occidentale timoroso di virus e batteri da situazioni imbarazzanti.
Venditrice di foglie di banano
Mi ricordo che durante un viaggio nella sperduta campagna del Tamil Nadu, comprammo una cinquantina di banane che ci garantirono i pasti fino al primo luogo dove vendevano cibo 'sicuro'.
Il banano è poi una pianta generosa. E' una sorta di arbusto stagionale che nasce, produce i suoi caschi pieni di frutti e muore lasciando due o più ributti che, una volta opportunamente ripiantati, crescono per dare altri frutti e altri ributti e così via.
I banani offrono inoltre le principali stoviglie degli indiani soprattutto nei villaggi e nelle case più umili. Sono infatti le foglie del banano i piatti sui quali ciascuno mangia il proprio cibo. Una bella foglia verde con sopra riso bollito bianco e vari tipi di salse colorate e piccantissime.
Al mercato di Madurai ho fotografato questa simpatica signora nel suo negozio di foglie di banano e dal signore della foto pubblicata nel post che c'è sopra ho comprato circa cinquanta banane in un colpo solo.


domenica 3 aprile 2011

Shiva, Sati e Daksha


Il sacrificio di Sati

Shiva. Dio ambiguo dai 1008 nomi. Solitario, ascetico, frequentatore dei luoghi della cremazione, mendicante coperto di cenere. Molto probabilmente ci sono voluti secoli perché la religione che si basava sui Veda, portata nel subcontinente indiano dagli arii verso il 1.500 a.C. accettasse questa divinità autoctona.
Shiva era considerato qualcosa di estraneo, violento, molesto, sporco.
All’inizio venne chiamato Rudra, l’urlatore, lui fu individuato come il cacciatore che colpì il ventre di Prajapati nell’atto di congiungersi alla figlia Usha. Quella freccia colpì il progenitore ed il suo seme si disperse sulla terra dando origine a tutto ciò che esiste, violando l'unità dell'increato.
Rudra era temuto dagli uomini e dagli dei. Appena nato si scagliò contro il padre. Non era ammesso al sacrificio, poteva solo nutrirsi di ciò che rimaneva del sacrificio officiato per gli altri dei.
Il passaggio dall’esclusione di Shiva al suo prevalere,  l’accettazione cioè degli dei, dei riti e dei principi religiosi dell’India autoctona da parte della cultura vedica, è metaforizzato nel mito di Shiva e la sua prima sposa, Sati che in sanscrito significa ‘Fedeltà’ e che voglio sintetizzare oggi.
Ebbene Sati era la prima delle sessanta figlie di Daksha, il Signore del sacrificio, ed era andata sposa a Shiva su ordine di Brahma. Daksha però non amava il genero e aveva subito l’ordine di Brahma, suo padre.
Un giorno Daksha si recò a celebrare un sacrificio, al suo ingresso tutti si alzarono in piedi in segno di rispetto, ma non Shiva. Daksha si sentì offeso, non consentì al genero di prendere la sua porzione di sacrificio e non lo invitò più ai sacrifici, umiliandolo pubblicamente.
Sati, irata per l’esclusione del marito, si recò dal padre e si uccise bruciando nel fuoco sacrificale.
Shiva fu sconvolto dalla morte della sposa. Si recò nel luogo dove lei era bruciata e si cosparse sul corpo le sue ceneri. Poi realizzò la propria vendetta, una vendetta che doveva essere definitiva, doveva segnare un prima e un dopo.
Il grande dio si strappò un capello e da esso nacquero Virabhadra e Mahakali mostri tremendi che, alla guida di una folla di esseri violenti, attaccarono gli dei e il sacrificio. Distrussero ed uccisero senza sosta finchè Virabhadra non tagliò la testa di Daksha. Gli dei non poterono far altro che rifugiarsi presso Brahma al quale riferirono ciò che era accaduto.
Brahma allora, insieme a tutti gli altri dei, si recò a chiedere perdono a Shiva, lo venerarono e gli promisero che avrebbe avuto parte del sacrificio.
Si recarono quindi sul campo di battaglia. Il corpo di Daksha senza testa giaceva in terra. Su ordine di Shiva misero sul corpo di Daksha la testa di un caprone,  l’animale sacrificale. Poi Shiva guardò Daksha e in questo modo gli ridiede la vita.
Era finita un’epoca. Non era stato semplice, ma Shiva era stato accettato. Shiva era il Mahadeva, il Grande Dio.


Shiva, Sati and Daksha

Shiva. God ambiguous with 1008 names. Solitary, ascetic, frequenter of places of cremation, beggar covered with ashes. Most likely it took centuries for the religion that was based on the Vedas, brought in the Indian subcontinent from 1500 BC by the Aryans accept that indigenous god.
Shiva was regarded as something foreign, threatening, harassing, dirt.
At first he was called Rudra, the screamer, he was identified as the hunter who struck the belly of Prajapati in the act of linking to his daughter Usha. That arrow hit the progenitor and his seed is scattered on the ground giving rise to everything that exists.
Rudra was feared by men and gods. Newborn he flung himself against his father. He was not allowed to sacrifice, could only eat what was left of sacrifice.
The move by the exclusion of Shiva at his prevalence, ie the acceptance of the gods, rituals and religious principles in India by the indigenous Vedic culture, is a metaphor in the myth of Shiva and his first wife, Sati, which in Sanskrit means 'loyalty' I want to summarize now.
Well, Sati was the first of sixty daughters of Daksha, the Lord of sacrifice, and she was married to Shiva on the order of Brahma. Daksha, however, did not like Shiva.
Shiva - Elephanta caves
One day Daksha went to celebrate a sacrifice, everyone stood at his entrance as a sign of respect, but not Shiva. Daksha felt offended, did not allow Shiva to take his share of sacrifice nor invited him over to the sacrifices. Shiva was humiliated.
Sati, angry about the exclusion of her husband, went to his father and killed himself burning in the sacrificial fire.
Shiva was upset by the death of his wife. He went to the place where she was burned and his ashes scattered on the body. Then he realized his revenge, a revenge that had to be final, was to mark a before and after.
The great god tore a hair and from it sprang Virabhadra and Mahakali, terrible monsters who, driving a crowd of violent beings, attacked the gods and sacrifice. They destroyed and killed non-stop until Virabhadra cut off the head of Daksha. The gods could not help but take refuge near Brahma to which they told what had happened.
Brahma then, along with all the other gods, went to Shiva for forgiveness, worship him and promised him he would have had the sacrifice.
He then went on the battlefield. Daksha's body without his own head lying on the ground. At the behest of Shiva they put on the body of Daksha the head of a goat, the sacrificial animal. Then Shiva looked at Daksha and in this way he gave him back to life.
It was over time. Shiva had been accepted. Shiva was Mahadeva, the Great God.

sabato 2 aprile 2011

L'India batte Sri Lanka e vince la Coppa del mondo di cricket

Mumbai: Un'India ispirata sabato sera ha riconquistato l'ambita Coppa del Mondo di cricket dopo 28 anni battendo la nazionale dello Sri Lanka con una vittoria di sei wicket in un finale al cardiopalma scrivendo  un nuovo capitolo della loro gloriosa storia.


Da Times of India

India beat Sri Lanka to win ICC World Cup 2011

MUMBAI: An inspired India on Saturday night regained the coveted World Cup after 28 years as they suppressed Sri Lanka with a six-wicket victory in a nerve-wrecking final to script a glorious new chapter in their cricketing history.

From Times of India