domenica 17 aprile 2016

Ambedkar and Annihilation of Caste

B. R. Ambedkar
I just finished reading "Annihilation of Caste: The annotated critical edition" of Bhimrao Ramji Ambedkar with the introduction of Arundhati Roy entitled "The Doctor and the Saint" (Ed. Navayana - New Delhi).
This is the inaugural speech that Ambedkar would have to say in 1936 at a conference which was later canceled because of the explosiveness of the contents of the text which he had previously sent to the organizers.
Ambedkar (1891-1956) was a lawyer, graduated in the United States and the United Kingdom in law and economics, chairman of the committee that wrote the constitution of independent India. But it was also, or above all, a Dalit, an outcast, and throughout his life he fought against the institution of castes in India and came to the belief that the castes were inextricably linked to Hinduism and to eliminate them it was necessary to abandon the Hindu faith, which he did by converting to Buddhism.
In the text, in rational and consequential way, Ambedkar says just that.
The existence of castes "killed public spirit - says Ambedkar - has destroyed the sense of public charity" and disputes the view that the castes represent a normal division of labor, not being based on attitudes, but on the birth and on the "dogma of predestination".
And the blame for this where it is? In Hinduism. "What is wrong is our religion - Ambedkar writes  - which inculcated the notion of caste and the real remedy is to destroy the belief in the sanctity of the shastras, the sacred texts of Hinduism" beginning with the Rig Veda, in which it gives account of the birth of castes, ending with Manusmirti (the Code of Manu) with respect to which Ambedkar says "there is no code of laws more infamous regarding social rights that the laws of Manu."
Hinduism criticism continues in the text to be maintained that "the Hindu religion, as contained in the Vedas and smirtis, is nothing but a mass of  sacrificial, social, political, and sanitaryrules and regulations, all mixed up. What is called religion is really by the Hindus is nothing but a multitude of commands and prohibitions" and concludes "I have no hesitation in saying that such a religion must be destroyed".
The text could not be accepted by the conference organizers, they tried to convince Ambedkar to change it but getting only a rejection. The conference was then canceled and Ambedkar published the text at their own expense.
The controversy that the publication aroused was great and even Mahatma Gandhi intervened in Harijan magazine in defense of Hinduism and its texts. But I will speak about in a future post.






Ambedkar e le caste

B.R. Ambedkar
Ho appena finito di leggere "Annihilation of caste: The annotated critical edition" di Bhimrao Ramji Ambedkar con l'introduzione di Arundhati Roy dal titolo "Il dottore ed il santo" (Ed. Navayana - New Delhi).
Si tratta della prolusione che Ambedkar avrebbe dovuto pronunciare nel 1936 ad un convegno che poi venne annullato proprio per l'esplosività del contenuto del testo che aveva preventivamente inviato agli organizzatori.
Ambedkar (1891-1956) era avvocato, laureato negli Stati Uniti e nel Regno Unito in discipline giuridiche ed economiche, presidente della commissione che scrisse la costituzione dell'India indipendente. Ma era anche, o soprattutto, un Dalit, un fuori casta e per tutta la sua vita lottò contro l'istituzione delle caste in India giungendo alla convinzione che le caste erano indissolubilmente legate all'induismo e che per eliminarle era necessario abbandonare la fede hindu, cosa che lui fece convertendosi al buddhismo.
Nel testo, in modo razionale e consequenziale, Ambedkar sostiene proprio questo. 
L'esistenza delle caste "ha ucciso lo spirito pubblico - dice Ambedkar - ha distrutto il senso della carità pubblica" e contesta l'opinione che le caste rappresentino una normale suddivisione del lavoro, non essendo basata su attitudini, ma sulla nascita e sul "dogma della predestinazione"
E la colpa di tutto questo dove si trova? Nell'induismo. "Ciò che è sbagliata è la nostra religione - scrive Ambedkar - che ha inculcato la nozione di casta e il reale rimedio è distruggere la fede nella santità dei shastra, i testi sacri dell'induismo" a cominciare dal Rig Veda, nel quale si dà conto della nascita delle caste, per finire con Manusmirti (il Codice di Manu) riguardo al quale Ambedkar dice "non esistono leggi più infami riguardo ai diritti sociali che le leggi di Manu".
La critica all'induismo continua nel testo fino a sostenersi che "la religione Hindu come contenuta nel Veda e nelle smirti, non è nient'altro che una massa di norme e regole sacrificali, sociali, politiche e sanitarie mescolate insieme, ciò che è chiamata religione hindu non è nient'altro che una moltitudine di comandi e proibizioni" e conclude "non ho esitazione a dire che tale religione deve essere distrutta".
Il testo non poteva essere accettato dagli organizzatori del convegno che cercarono di convincere Ambedkar a modificarlo ottenendo però solo un rifiuto. Il convegno venne allora annullato e Ambedkar pubblicò il testo a proprie spese.
La polemica che la pubblicazione suscitò fu ovviamente grandissima ed anche il Mahatma Gandhi vi intervenne nella rivista Harijan in difesa dell'induismo e dei suoi testi. Ma di questo parlerò in un prossimo post.

sabato 20 febbraio 2016

Ciò che è al di là e ancora non ha nome

In una bancarella di libri usati ho trovato l'illuminante libro "In India" (Ed. Guanda) scritto dal poeta messicano e premio Nobel per la letteratura Octavio Paz che è stato a lungo ambasciatore del suo paese in India e che conosceva molto bene e amava l'India.
Mi piace riportare un suo pensiero che mi è piaciuto molto.
Paz ricorda il suo primo impatto con l'India avvenuto a Bombay nel 1951. La chiassosa realtà dell'India lo frastorna e al termine della giornata cerca di ricapitolare ciò che aveva "visto, udito, fiutato e sentito: vertigine, orrore, meraviglia, gioia, entusiasmo, nausea, invincibile attrazione. Cos'è che mi attirava? Era difficile rispondere: l'uomo non è in grado di sopportare troppa realtà. E' vero, l'eccesso di realtà diventa irreale, ma questa irrealtà per me si era trasformata in una sorta di inatteso balcone da cui mi affacciavo, su cosa? Su ciò che è al di là e ancora non ha nome."



What is beyond and yet has no name

In a stand of used books I found the enlightening book "In light of India" written by the Mexican poet and Nobel Prize for Literature, Octavio Paz, who has long been in India as his country's ambassador, and he knew very well and he loved India.
I like to bring a thought that I liked a lot.
Paz remembers his first impression of India took place in Bombay in 1951. 
The noisy reality of India dazes him and at the and of that day day he try to summarize what he had "seen, heard, smelled and heard: dizziness, horror, wonder, joy, enthusiasm, nausea, invincible attraction. What is it that attracted me? It was difficult to answer: human kind cannot bear much reality. it 's true, the excess of reality becomes unreal, but this unreality for me was transformed into a sort of unexpected balcony from which I looked out, on what? On what is beyond and yet has no name."





domenica 31 gennaio 2016

The fearless place


The attainment of Brahman, of the knowledge of the Self, the goal Hindu spiritual path, is called from the Katha Upanishad, "reaching the fearless place" (II, 11). That is to reach "the other side of no fear."
Some translations speak of "place of safety", but it seems much more significant and beautiful the literal translation from the Sanskrit word "abhaya", which means "not fear".
And it is obvious that, once reached the Self, there is no more fear, because this achievement corresponds with the awareness of the absence of otherness. And where there is not another can not be afraid, you are afraid of something else, as we remember also the Brhadaryanaka Upanishad (I, 4, 2).
The first otherness that must be eliminated is that of me and mine, to be convinced that I am not my body, my experiences, my life, thinking that I am nama and rupa, name and form and not that I am the Self , tat tvam asi: I'm that one.
The great sage Ramana Maharshi recalls: "I stopped to take what was not me or mine and so I defeated every fear."
Knowledge of Brahman is the first self-knowledge as the Self and this Self, Brahman, is not knowable by the study, with the works, with the intelligence. "Only the man without wishes who want just the Self can reach it" (KU II 23).
"Close the doors of the  eleven gates fortress and look inside of you". (KU IV 1).




Il luogo della non paura

Il raggiungimento del Brahman ossia della conoscenza del Sè, obiettivo del cammino spirituale hindu, è chiamato dalla Katha Upanishad, "il raggiungimento del luogo della non paura" (II, 11). Si parla in particolare di raggiungere "l'altra sponda della non paura". 
Alcune traduzioni italiane parlano de "il luogo della sicurezza", ma mi sembra molto più significativa e bella la traduzione letterale dal sanscrito della parola "abhaya", che significa appunto "non paura".
Ed è ovvio che, una volta raggiunto il Sè non c'è più la paura, perchè tale raggiungimento corrisponde con la consapevolezza dell'assenza di alterità. E là dove non c'è un altro è impossibile avere paura, si ha paura di qualcosa d'altro, come ci ricorda anche la Brhadaryanaka Upanishad (I, 4, 2).

La prima alterità che va eliminata è quella dell'io e del mio,  l'essere convinti che io sia il mio corpo, le mie esperienze, la mia vita, pensare che io sia nama e rupa, nome e forma e non che io sia il Sè, tat tvam asi: io sono quello.
Il grande saggio Ramana Maharshi ricorda: "smisi di tenere a ciò che non era né me né mio e così sconfissi la paura".
La conoscenza del Brahman è innanzitutto la conoscenza di se stessi come il Sè e questo Sè, il Brahman, non è conoscibile con lo studio, con le opere, con l'intelligenza. "Solo l'uomo privo di desideri che aneli esclusivamente al Sè può raggiungerlo" (KU II 23).
Chiudere le porte della fortezza dalle undici porte e guardare dentro di sè (KU IV 1).