venerdì 29 luglio 2011

Concentrate just on the target

Arjuna fighting against Karna in Kurukshetra
Drona was the master of arms of the five Pandava brothers and of their cousins, ​​the Kauravas. He taught them the techniques of combat, the same techniques used by them during the bloody battle of Kurukshetra narrated in the Mahabharata, epic poem.

One day, Drona wanted to test the ability of his students in the Archery. He built a wooden bird and put it on a branch of a tall tree, then asked his students to hit it with an arrow.
The first to step forward was the eldest of the Pandavas, Yudhishthira.
"What do you see?" asked the teacher Drona.
"I see the bird," he said.
"And then?" Drona asked.
"I see the branch and the tree," he said.
"And then?" Drona insisted.
"I see you, master, and I see my brothers," replied Yudhishthira.
"Go away!" Drona ordered.
It was the turn of his cousin Duryodhana, he went to the shooting position.
"What you see, Duryodhana?" Drona asked.
"I see the bird on the branch, the tree, all of you and ..."
Drona would not let him finish and drove him away rudely as well as all his other students who provided similar responses.
Aswatthama came forward, the beloved son of Drona.
"What you see, son?" Drona asked.
"I see just the bird," said Aswatthama.
"How is it done?" the teacher asked again.
"The color is green, the beak is red," he said."Go away!" Drona ordered.
It was the turn of Arjuna, one who would become the greatest archer of antiquity.
"What you see, Arjuna?" Drona asked.
"I see the bird," he said.
"Then what do you see?"
"Nothing, just the bird."
"Describe it" Drona ordered.
"The head is round, the eyes are open."
"And the body?" asked the teacher.
"I do not see the body, I see just the head" said Arjuna concentrated.
"Tell me then what you see," insisted Drona.
"Nothing but the bird's head, just, only that."
"Shoot!" Drona ordered.
The arrow was shot into the target and struck violently it piercing the wood bird's eye.

Pensa solo all'obbiettivo

Drona era il maestro d'armi dei cinque fratelli Pandava e dei loro cugini Kaurava. Insegnò loro tutte le tecniche di combattimento, quelle stesse tecniche che utilizzarono durante la sanguinosa battaglia di Kurukshetra narrata dal poema epico del Mahabharata.


Arjuna e Krishna sul carro da battaglia

Un giorno Drona volle testare la capacità dei suoi allievi nel tiro con l'arco. Costruì un uccello di legno e paglia e lo pose sopra un ramo di un alto albero, poi chiese ai suoi allievi di colpirlo con una freccia.
Il primo a farsi avanti fu il maggiore dei Pandava, Yudhishthira.
"Cosa vedi?" gli chiese il maestro Drona.
"Vedo l'uccello" rispose lui.
"E poi?" chiese Drona.
"Vedo il ramo e l'albero" rispose.
"E poi?" insistè Drona.
"Vedo te, maestro, e vedo i miei fratelli" replicò Yudhishthira.
"Vattene" ordinò Drona.
Fu la volta del cugino Duryodhana che si mise in posizione di tiro.
"Cosa vedi, Duryodhana?" chiese Drona.
"Vedo l'uccello sul ramo, l'albero, tutti voi e...."
Drona non lo lasciò neppure finire e lo cacciò in malo modo così come cacciò tutti gli altri suoi allievi che fornirono risposte simili.
Si fece avanti Aswatthama, l'amatissimo figlio di Drona.
"Cosa vedi, figlio?" chiese Drona.
"Vedo solo l'uccello" rispose Aswatthama.
"Come è fatto?" chiese ancora il maestro.
"Di colore è verde, il becco è rosso" rispose.
"Allontanati!" ordinò Drona.
Fu la volta di Arjuna, colui che sarebbe diventato il più grande arciere dell'antichità.
"Cosa vedi, Arjuna?" chiese Drona.
"Vedo l'uccello" rispose.
"Poi cosa vedi?"
"Niente, solo l'uccello."
"Descrivimelo" ordinò Drona.
"La testa è tonda, gli occhi sono aperti."
"E il corpo?" chiese il maestro.
"Non vedo il corpo, vedo solo la testa" replicò concentrato Arjuna.
"Dimmi allora cos'altro vedi" insistette Drona.
"Niente altro che la testa dell'uccello, basta, solo quella."
"Tira!" ordinò Drona.
La freccia venne scoccata violentemente e colpì il bersaglo trapassando l'occhio dell'uccello di legno.

venerdì 22 luglio 2011

Kali

Kali
Black, with red tongue hanging from her mouth, a necklace of 50 (or 52) skulls, a skirt of severed arms, one hand holding a bloody sword, a severed head in the other one, drunk with wine and blood, his body and his face is covered with blood, dancing furiously on the body of a man and living near the funeral pyres. She is Kali, the Black, the power of time, the destructive aspect of the goddess.
Only she was able to kill Raktabija the demon against whom the Gods had signed the final showdown.
But Raktabija - as his name (in Sanskrit 'rakta' means 'blood' and ‘bija’ ‘seed’) - seemed invincible as soon as a drop of his blood touched the ground another demon arose, and so ad infinitum.
Then from the eyebrow of Durga, Kali was born, the night supreme devouring all that exists, the time destroing the worlds, the one who inspires fear, in fact the one who embodies all the fears you, but who ignores the fear.
With his mouth she drank the blood Raktabija avoiding touching the ground and then she cut cleanly through the head of the demon, just the head in her left hand.
But the thirst for blood, violence, death has now made drunk the goddess, she cannot stop herself, she no longer distinguishes the enemies from friends, the good from the bad, and all kills, destroys everything. Only Shiva, her husband, can stop her jumping on her. Kali wants to kill Shiva too, but when she recognizes her husband, she stops. He is on the ground, seems helpless and defenseless, the foot of the goddess is on his chest. Even Shiva, without his own shakti, his energy is inert.
Prearyan divinity, probably dravidian, Kali is worshiped by reciting the mantra Krim and sacrificing live animals.
A big festival in honor of Kali is held in the month of Ashvin (late September), it is Navaratri, the nine nights that remind the nine days of the year in which Shiva allows his wife to travel from his mother.
Kali is regarded as a terrible aspect of the goddess Parvati, but also as an independent deity having a benevolent aspect and terrible in keeping with the ambivalence of deity, which manifests itself, according to Hindu tradition, in continuous cycle of life and death, creation and destruction.

Kali

Kali
Nera, con la lingua rossa che le pende dalla bocca, una collana composta da 50 (o 52) teschi, un gonnellino di braccia mozzate, con una mano tiene una spada insanguinata, con l’altra una testa mozzata, ebbra di vino e di sangue, il suo corpo è sporco di sangue, danza furiosamente sul corpo di un uomo e risiede nei pressi delle pire funerarie. E’ Kali, la nera,  la potenza del tempo, l’aspetto distruttivo della dea.
Solo lei fu in grado di uccidere Raktabija, il demone contro il quale gli dei avevano ingaggiato lo scontro finale.
Ma Raktabija – come dice il suo nome (in sanscrito ‘rakta’ significa ‘sangue’ e ‘bija’ ‘seme’) – sembrava invincibile in quanto appena una goccia del suo sangue toccava terra nasceva un altro demone e così all’infinito.
Dal sopracciglio di Durga allora, nacque Kali, la notte suprema che divora tutto ciò che esiste, il tempo che distrugge i mondi, colei che incute paura, anzi incarna tutte le paure lei, ma che ignora la paura.
Con la sua bocca bevve tutto il sangue di Raktabija evitando che toccasse terra e poi tagliò di netto la testa al demone, proprio quella testa che tiene nella mano sinistra.
Ma la sete di sangue, di violenza, di morte ha ormai reso ebbra la dea che più non si ferma, che non distingue più i nemici dagli amici, i buoni dai cattivi e tutti uccide, tutto distrugge. Solo Shiva, il suo sposo, riesce a fermarla gettandosi su di lei. Kali vorrebbe uccidere anche Shiva, ma quando riconosce il suo sposo, si ferma. Lui è a terra, sembra indifeso ed inerme, il piede della dea è sul suo torace. Anche Shiva, senza la sua shakti, la sua energia è inerte.
Divinità preariana probabilmente di origine dravidica, Kali viene venerata recitando il mantra KRIM e sacrificandole animali vivi.
Una grande festa in onore di Kali si svolge nel mese di Ashvin (fine settembre), si tratta di Navaratri, le nove notti che ricordano i nove giorni dell’anno in cui Shiva consente a suo moglie di recarsi dalla propria madre.
Kali è considerata come aspetto terribile della dea Parvati, ma anche come divinità autonoma a se stante che ha sia un aspetto benevolo sia un aspetto terribile coerentemente con l'ambivalenza della divinità, che si manifesta, secondo la tradizione induista, nell' incessante ciclo di vita e morte, creazione e distruzione.

domenica 17 luglio 2011

To worship God, became God

Devam buthva, devam yajet: to worhip God, became God.
Religion and philosophy of India is the Adhyatmanvidya, the Science of Self that Ananda K. Coomaraswamy in one of the essays collected by Adelphi in the recent "The Dance of Shiva", sums up:
"And the science that recognizes the unity of all life forms - just one is the source, just one the essence and just one the goal - and considers the realization of this unit the highest good, happiness, salvation , freedom and the ultimate goal of life. "
This thought reminds me the Chandogya Upanishad you can read: "The light which shines above us, above all things, above the universe, above every world and above which there is no more, this light is that same light that shines inside us" (III, 13, 7). And again, "this Self within my heart, smaller than a grain of rice, than a grain of barley, than a grain of mustard seed, than a grain of millet, this Self that is within my heart is greater than the earth, greater than the space, greater than the sky, greater than all the worlds……this Self that is within my heart, this Self is the Brahman” (Ch. Up. 3, XIV 3-4).

Per venerare Dio, diventa Dio

Devam bhutva, devam yajet: per venerare dio, diventa dio.
La religione e la filosofia dell’India è l’Adhyatmanvidya, la Scienza del Sé che Ananda K. Coomaraswamy in uno dei saggi raccolti da Adelphi nel recente “La danza di Shiva”, così sintetizza:
“E’ la scienza che riconosce l’unità di tutte le forme di vita – una sola è la fonte, una sola l’essenza e una sola la meta – e considera la realizzazione di questa unità il bene supremo, la beatitudine, la salvezza, la libertà e lo scopo ultimo della vita.”
Questa riflessione mi ricorda la Chandogya Upanishad dove possiamo leggere che “quella luce nel cielo che splende al di sopra di noi, che brilla al di là di tutto, al di là dell’universo, nei mondi superiori e oltre ai quali non vi è più nulla, questa luce è quella stessa luce che risplende dentro di noi” (III, 13, 7). E ancora, “questo Sé dentro il mio cuore, che è più piccolo di un chicco di riso, di un granello d’orzo, di un seme di senape, di un grano di miglio, questo Sé che è dentro il mio cuore è più grande di tutta la terra, più grande dello spazio, più grande del cielo, più grande di ogni altro mondo….. questo Sé che è dentro il mio cuore è lo stesso Brahman” (Ch. Up. 3, XIV 3-4).

venerdì 15 luglio 2011

Why is Bombay in a hurry to forget its dead?

Interesting article on Times of India of CP Surendran who criticizes how easily the Bombayites forget the attaks that periodically hit the city.
"Less than 24 hours later, most of the 65 lakh commuters, who fuel the much mythified entrepreneurial fire of the city, are back to work".
"I remember well - Surendran writes - the 1993 serial blasts when the floor shook beneath my feet. Then, too, the day after the blasts that killed over 200 people, Bombayites were back to work much to the praises of the media at large. Since then the myth of the Spirit of Bombay has come in for periodic backslapping and thankgiving in the context of terrorist violence."
"If bombs go off a city and kill people, the survivors should be taking a break from their killing routine, pay tribute to the dead... and perhaps a minute's observation of silence in public places. They should be discussing in their cooperative societies and other communities how pressure the rather passive state government."
"That - Surendran concludes - is showing real respect to the dead and to the living."


Perchè Mumbai ha fretta di dimenticare?

Interessante questo articolo sul Times of India di C.P. Surendran che critica la facilità con la quale gli abitanti di Mumbai dimenticano gli attentati che da anni periodicamente colpiscono la città.
Da tutto il paese - scrive Surendran - giungono lodi ai cittadini di Mumbai che dopo gli attentati vanno al lavoro e continuano la loro routine quotidiana.
"Se una bomba colpisce la città - continua Surendran - i sopravvissuti dovrebbero interrompere la routine, dovrebbero pagare un tributo ai morti, dovrebbero fare un minuto di silenzio, discutere in famiglia e nei luoghi di lavoro del problema, fare pressione sul governo perchè intervenga efficacemente per rendere il paese più sicuro. Questo - conclude - sarebbe vero rispetto per la morte... e della vita."


Per l'intero articolo clicca qui.

mercoledì 13 luglio 2011

JULY 13, 2011



SOLIDARITY TO MUMBAY
AND ALL INDIA
AGAINST ALL TERRORISM
AND FOR PEACE




venerdì 8 luglio 2011

Shiva's trears and rudraksha seeds


Japamala
Maybe he cried for the pain in the throat that caused him who drank the poison to save the world during the Samutramanthan, the Churning of the cosmic ocean, or maybe his were tears of joy for having destroyed Tripura, the city of demons, other texts provide that they were tears of pain because he had failed to support meditation, or even they was tears flowed after he had ascertained the condition of the world.
The fact is that Shiva wept and from those tears born the sacred plant of Rudraksha whose seeds are considered sacred.
The name comes from Sanskrit, Rudra is another name for Shiva and akshan means eye.
According to Hinduism rudraksha seeds have religious, mystical and healing powers and meanings. These are the seeds from which they are made rosaries Indians, japamala, although the vast majority of those who are on the market are not made with these seeds, but with other less expensive materials. You can do with rudraksha bracelets, earrings, pendants and Necklaces.
From a botanical point of view the rudraksha tree is an evergreen called Elaeocarpus ganitrus born in certain regions of India and Asia and produces a bluish berries about the size of a walnut.
The seeds are very special because they are divided into segments and channels run through and have a hole in the center.
According to Ayurvedic medicine to wear rudraksha seeds emit electromagnetic waves that have beneficial effects on the heart, nervous system and blood pressure and relieve stress, depression, anxiety and mental fatigue.
Rudraksha seeds
The seeds are based on the number of distinct segments or those faces which are divided mukhi (Sanskrit mukha means face) and there are rare rudraksha, mukhi like that with only one of which says it is one born every three years.
The rudraksha rarer, they cost a lot and often unscrupulous traders selling fake rudraksha. There are signs to be aware whether the seed is true or not (do not float in water, they resist even if they are boiled, they have grooves around the hole, etc..) But only an expert can avoid being deceived. The most common rudraksha instead are cheaper.
Each seed has a god reference, a specific mantra and certain powers and benefits.
The one-mukhi rudraksha is, for example, dedicated to Lord Shiva, the two-mukhi to Vishnu, the one from Agni, the four Brahma, the eight mukhi is dedicated to Ganesh.

Il pianto di Shiva e i semi di rudraksha

Seme di rudraksha
Forse pianse per il dolore alla gola che gli provocò il veleno che bevve per salvare il mondo durante il Samutramanthan, il Frullamento dell’oceano cosmico, o forse le sue erano lacrime di gioia per aver distrutto Tripura la città dei demoni, altri testi ancora assicurano che si trattava di lacrime di dolore perché non era riuscito a sostenere la meditazione o addirittura erano lacrime che sgorgarono dopo che lui aveva constatato la condizione del mondo.
Fatto sta che Shiva pianse e che da quelle sacre lacrime nacque la pianta della Rudraksha i cui semi sono considerati sacri.
Il nome deriva dal sanscrito, Rudra è uno dei nomi di Shiva e akshan significa occhio.
Secondo l’induismo i semi di rudraksha hanno poteri e significati religiosi, mistici e curativi.
Si tratta dei semi con i quali sono realizzati i rosari indiani, i japamala, anche se la stragrande maggioranza di quelli che si trovano in commercio non sono fatti con questi semi, ma con altri materiali meno costosi. Con i rudraksha si possono anche fare bracciali, orecchini, pendenti e altri monili.
Da un punto di vista botanico l’albero della rudraksha è un sempreverde chiamato Elaeocarpus ganitrus che nasce in certe regioni dell’India e dell’Asia e produce una bacca bluastra grande più o meno come una noce.
I semi sono molto particolari perchè sono divisi in spicchi e sono percorsi da scanalature e hanno un foro al centro.
Japamala di rudraksha
Secondo la medicina ayurvedica i semi di rudraksha emettono onde elettromagnetiche che hanno effetti benefici su cuore, sistema nervoso e pressione sanguigna ed alleviano lo stress, la depressione, l’ansia e la stanchezza mentale.  
I semi vengono distinti in base al numero degli spicchi o facce in cui sono suddivisi dette mukhi (mukhia in sanscrito significa faccia) e ci sono rudraksha rarissimi, come quello con  una sola mukhi di cui si dice ne nasca uno ogni tre anni.
I rudraksha più rari, costano molto e spesso commercianti senza scrupoli vendono rudraksha falsi. Esistono delle indicazione per rendersi conto se il seme è vero o no (in acqua non galleggiano, resistono anche se vengono bolliti, non hanno scanalature intorno al foro, etc.) ma solo una persona esperta può evitare di essere ingannato. I rudraksha più comuni invece sono più a buon mercato.
Ogni seme ha un dio di riferimento, uno specifico mantra e determinati poteri e benefici.
Il rudraksha con una sola mukhi è, per esempio, dedicato al dio Shiva, quello a due mukhi a Vishnu, quello a tre ad Agni, quello a quattro a Brahma, quello a otto mukhi è invece dedicato a Ganesh.

domenica 3 luglio 2011

A treasure was born from Vishnu's navel

Lying Vishnu, lotus and Brahma
Bags full of jewels and precious stones, gold coins of the Napoleonic period, rings, necklaces, bracelets with diamonds, rubies and emeralds, gold necklaces meters long, crown, inlaid with precious stones sticks, plates and cups of gold.
For a first estimate of the treasure found in India is worth about 500 billion rupees ($ 11.2 billion) and it should be the greatest treasure ever found in the country and one of the richest ever found in the world.
We are in Thiruvananthapuram (Trivandrum), capital of Kerala, wonderful state in  south India and under the floor of the temple dedicated to Sree Padmanabhaswamy has been found what is presumably a maharaja's treasure, hidden there before independence from the British crown .
But there’s more, the exploration of the underground excavations of the temple is still in its beginning and it is possible that further discoveries are made. There are two of the six vaults were opened in the subsoil for the moment.
Only after a legal battle and court ruling of the local authorities had been able to start the research as the descendants of the Maharaja of Trevancore still ran the temple through a foundation, and they strenuously opposed the initiative and announced that they have appealed against the sentence .
The temple, also known as Ananda Sree Padmanabhaswamy Temple (from here the name of city) is dedicated to the god Vishnu on the serpent Ananda in its infinite quiet, Anananthasayanam position, after the end of time he has absorbed all that exists.From dreaming Vishnu's navel borns a lotus on which Brahma is located who, according to one of the many Hindu cosmogonies, realizes the world that Vishnu dreams.
From here the name of the temple, in fact in Sanskrit padma means lotus and nabha navel.




The news:








Dall'ombelico di Vishnu nasce un tesoro

Sacchetti pieni di gioielli e pietre preziose, monete d'oro del periodo napoleonico, anelli, collane, bracciali con diamanti, rubini e smeraldi, collane d'oro lunghe metri, corone, bastoni incastonati da pietre preziose, piatti e coppe d’oro. 
Ad una prima stima il tesoro trovato in India vale circa 500 miliardi di rupie (11,2 miliardi dollari) e dovrebbe essere il più grande tesoro mai trovato nel paese e uno dei più ricchi mai trovato al mondo.
Siamo a Thiruvananthapuram (Trivandrum), capitale del Kerala, meraviglioso stato del sud dell’India e sotto il pavimento del tempio dedicato a Sree Padmanabhaswamy è stato trovato quello che presumibilmente è il tesoro di un maharaja, lì nascosto prima dell’indipendenza dalla corono britannica.
Dall'ombelico di Vishnu nasce un loto su cui è posto Brahma
Ma non è finita, gli scavi e l’esplorazione del sottosuolo del tempio sono ancora agli inizi e non è escluso che vengano effettuati ulteriori ritrovamenti. Al momento sono state aperte due delle sei cripte presenti nel sottosuolo.
Solo dopo una battaglia legale e una sentenza dl tribunale le autorità locali avevano potuto iniziare le ricerche in quanto i discendenti del maharaja di Trevancore gestivano ancora il tempio attraverso una fondazione e si sono opposti strenuamente all’iniziativa ed hanno annunciato che presenteranno appello contro la sentenza.
Il tempio, conosciuto anche come Sree Ananda Padmanabhaswamy Temple, è dedicato al dio Vishnu nella sua forma riposante sul serpente infinito Ananda o Anantha (che in sanscrito significa senza fine) e dal quale deriva anche il nome della città), nella posizione Anananthasayanam. Dall’ombelico di Vishnu sognante nasce un loto su cui è posto Brahma che, secondo una delle molte cosmogonie hindu, realizza il mondo che Vishnu sogna.
Da qui il nome del tempio, infatti in sanscrito padma significa loto e nabha ombelico.


La notizia: