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domenica 17 aprile 2016

Ambedkar e le caste

B.R. Ambedkar
Ho appena finito di leggere "Annihilation of caste: The annotated critical edition" di Bhimrao Ramji Ambedkar con l'introduzione di Arundhati Roy dal titolo "Il dottore ed il santo" (Ed. Navayana - New Delhi).
Si tratta della prolusione che Ambedkar avrebbe dovuto pronunciare nel 1936 ad un convegno che poi venne annullato proprio per l'esplosività del contenuto del testo che aveva preventivamente inviato agli organizzatori.
Ambedkar (1891-1956) era avvocato, laureato negli Stati Uniti e nel Regno Unito in discipline giuridiche ed economiche, presidente della commissione che scrisse la costituzione dell'India indipendente. Ma era anche, o soprattutto, un Dalit, un fuori casta e per tutta la sua vita lottò contro l'istituzione delle caste in India giungendo alla convinzione che le caste erano indissolubilmente legate all'induismo e che per eliminarle era necessario abbandonare la fede hindu, cosa che lui fece convertendosi al buddhismo.
Nel testo, in modo razionale e consequenziale, Ambedkar sostiene proprio questo. 
L'esistenza delle caste "ha ucciso lo spirito pubblico - dice Ambedkar - ha distrutto il senso della carità pubblica" e contesta l'opinione che le caste rappresentino una normale suddivisione del lavoro, non essendo basata su attitudini, ma sulla nascita e sul "dogma della predestinazione"
E la colpa di tutto questo dove si trova? Nell'induismo. "Ciò che è sbagliata è la nostra religione - scrive Ambedkar - che ha inculcato la nozione di casta e il reale rimedio è distruggere la fede nella santità dei shastra, i testi sacri dell'induismo" a cominciare dal Rig Veda, nel quale si dà conto della nascita delle caste, per finire con Manusmirti (il Codice di Manu) riguardo al quale Ambedkar dice "non esistono leggi più infami riguardo ai diritti sociali che le leggi di Manu".
La critica all'induismo continua nel testo fino a sostenersi che "la religione Hindu come contenuta nel Veda e nelle smirti, non è nient'altro che una massa di norme e regole sacrificali, sociali, politiche e sanitarie mescolate insieme, ciò che è chiamata religione hindu non è nient'altro che una moltitudine di comandi e proibizioni" e conclude "non ho esitazione a dire che tale religione deve essere distrutta".
Il testo non poteva essere accettato dagli organizzatori del convegno che cercarono di convincere Ambedkar a modificarlo ottenendo però solo un rifiuto. Il convegno venne allora annullato e Ambedkar pubblicò il testo a proprie spese.
La polemica che la pubblicazione suscitò fu ovviamente grandissima ed anche il Mahatma Gandhi vi intervenne nella rivista Harijan in difesa dell'induismo e dei suoi testi. Ma di questo parlerò in un prossimo post.

sabato 3 gennaio 2015

Istruzione, benessere e tasso di natalità


Sono passate alcune settimane dalla morte di alcune donne che si erano sottoposte ad un trattamento di sterilizza-zione nello stato indiano del Chattisgarh
Aldilà del dolore e del giusto sdegno, il fatto evidenzia una volta ancora l'inutilità e la dannosità dei programmi di sterilizzazione finalizzati alla riduzione del tasso di natalità. 
Ormai le statistiche e gli studi sull'argomento sono chiari. Rara-mente iniziative volte alla sterilizzazione maschile e/o femmi nile hanno avuto successo e proprio l'India dovrebbe saperlo.
Le grandi e costosissime campagne di sterilizzazione organizzate dai governi di Indira Gandhi e portate avanti dal figlio Sanjay, si sono dimostrate dei fallimenti. E così le successive, spesso incentivate con qualche migliaia di rupie, ma raramente incisive.
Nel 2012 in India sono state effettuate circa 4,6 milioni di sterilizzazioni femminili e circa 110mila maschili pari al 37% delle sterilizzazioni di tutto il mondo. Eppure l'India è il paese con uno dei maggiori tassi di crescita della popolazione al mondo e nel 2050 sarà il paese più popoloso al mondo superando la Cina e fallendo tutti gli obiettivi demografici che si era data (clicca qui). Su 7 miliardi e 300 milioni di abitanti sulla terra, attualmente 1 miliardo e 200 milioni sono indiani.
Cosa ci vuole allora? Vediamo alcuni dati raccolti dal sito indiastat e da due pubblicazioni di Amartya Sen che vi consiglio: "L'altra India" e "Una gloria incerta" (Ed. Mondadori).
Per esempio, "il nesso tra alfabetizzazione femminile e fertilità è particolarmente evidente", ugualmente rilevante è il livello di partecipazione delle donne al lavoro e il livello di benesse generale, in Kerala - considerato uno degli stati socialmente più avanzati dell'India, il tasso di fertilità (nascite per donna) è di 1,8 contro il 2,4 del tasso indiano
Tassi di natalità bassi sono anche quelli del tamil Nadu e del Himachal Pradesh
Ebbene il livello di povertà (popolazione sotto la soglia di povertà) del Kerala è pari al 12% della popolazione, quello del Tamil è il 17% e quello dell'Himachal è del 9,5% a fronte di una media nazioanle del 29,8% con punte del 53,5% nel Bihar e del 48,7% dello Chattisgarh.
Per quanto riguarda l'alfabetizzazione femminile invece, a fronte di una media nazionale del 65,5%, il Kerala ha una tasso del 92%, l'Himachal del 76,6% e il Tamil del 73,9 mentre nel Bihar è del  53,3% e nel Chattisgarh del 60,6%.
I dati sulla fertilità sono inversamente proporzionali: nel Bihar è del 3,6%, nel Chattisgarh è del 2,7%, nel Kerala e nel Himachal è dell'1,8% e nel Tamil è dell'1,7%. 
Insomma il tasso di natalità è più alto laddove c'è più povertà e meno istruzione.



sabato 23 giugno 2012

Vietato nascere femmina

Bambini in India
Non si sa come si chiamava, se un nome l’avesse mai avuto, la bambina che nel distretto di Jaisalmer in Rajasthan, è morta di denutrizione a pochi giorni dalla nascita. Aveva una colpa, grave in certe zone dell’India e soprattutto nel Rajasthan, era una bambina. 
Dall’ultimo censimento (Census 2011) risulta che in questo Stato dell'India vivono 883 bambine sotto i sei anni ogni 1.000 maschi della stessa età. Solo dieci anni prima il rapporto era 909 a 1.000. 
Ne avevo già parlato e riparlato, ma non posso fare a meno di ritornare sull'argomento.
Oltre agli aborti e ai feticidi mirati contro le bambine, le autorità di questo Stato denunciano addirittura molti casi di infanticidio. In pratica i genitori abbandonano le neonate che muoiono di fame in pochi giorni. 
Nel solo mese di giugno sono state segnalate le morti di cinque neonate. Una di esse era nata sanissima, ma è morta dopo pochi giorni. Il cadavere aveva chiari segni di denutrizione. 
Delle altre quattro bambine non sono stati trovati i cadaveri e alle autorità che stanno indagando, gli abitanti dei villaggi hanno riferito che è loro tradizione abbandonare nel bosco i cadaveri dei bambini morti prima dei sei mesi di vita. 
In realtà la tradizione prevede per i cadaveri dei neonati la sepoltura e la polizia è certa che in questi casi di infanticidio il cadavere viene in qualche modo eliminato anche grazie all'utilizzo di sostanze chimiche che ne accelerano la decomposizione. 
Le autorità stanno cercando di reagire. In un caso – in attesa dei risultati dell’autopsia - è stato arrestato il padre di una delle bambine morte, mentre la polizia è sulle tracce dei genitori di un’altra neonata morta, che sono scappati per sfuggire alla giustizia. 
La situazione è terrificante, se si pensa che nel solo Rajasthan negli ultimi anni ha una media di 2.500  feticidi e infanticidi femminili al giorno, sì non ho sbagliato: al giorno!


sabato 16 giugno 2012

The world before her

Venti ragazze indiane bellissime si addestrano a Mumbay per sembrare ancora più belle e spigliate, sensuali ed eleganti. Altre ragazze indiane si addestrano nel campo di Durga Vahini per imparare la dottrina hindutva e combattere coloro che vogliono colonizzare l'India e distruggere la religione, la civiltà e le tradizioni indiane. 
Miss India e un campo di addestramento paramilitare, due mondi che più lontani non potrebbero essere, ma che ben sintetizzano l'attuale momento storico del continente indiano.

Davvero un bel documentario quello proiettato a Firenze nell'ambito della prima edizione della rassegna 'Tribeca Firenze', il ramo italiano del noto festival cinematografico newyorkese. E proprio al Tribeca di New York The world before her, questo il titolo del documentario, ha vinto il World Documentary Award.
La regista Nisha Pahuja non si è limitata ad intervistare le protagoniste di questi due mondi, ma è entrata nelle loro case, ha fatto parlare i famigliari, ha mostrato il contesto sociale e culturale nel quale queste diversissime ragazze, le miss e le combattenti induiste, vivono. Ha mostrato i loro diversissimi ideali, le loro aspirazioni ed i loro sogni. 
Una cosa però accomuna tutte queste ragazze, sono tutte ugualmente determinate a raggiungere l'obiettivo: la corona di miss e una carriera nello show business da una parte e la lotta, se necessario anche armata, per difendere le tradizioni indiane dall'altra.
Un lucido documento non solo sulla condizione femminile in India, ma anche sulle due scelte estreme che l'India di oggi sembra perseguire: il consumismo occidentale e l'integralismo induista, senza la possibilità di una mediazione o di una terza via che, secondo me, solo l'India potrebbe offrire al mondo intero.


domenica 15 aprile 2012

La riforma della scuola indiana

File:Flag of India.svg
La bandiera indiana
Ha creato grande scalpore l’attesa sentenza della Corte Suprema dell’India chiamata a decidere sulla costituzionalità del Right to Education Act, la riforma della scuola approvata nel 2010 che – tra l’altro – ha previsto la scuola obbligatoria e gratuita per i ragazzi dai 6 ai 14 anni. 
In particolare la Corte ha dichiarato costituzionale una delle disposizioni più controverse e che avevano suscitato maggiori polemiche e dubbi di costituzionalità e cioè quella che dispone che tutte le scuole private e pubbliche devono riservare il 25% dei posti ai ragazzi di famiglie povere. 
Le scuole riceveranno finanziamenti sia dallo Stato centrale che dai vari Stati federali, anche se molte scuole private sostengono che tali finanziamenti non saranno sufficienti a consentire l’accesso gratuito previsto dalla legge. 
Sono escluse dall’obbligo le scuole delle minoranze che non ricevono sussidi pubblici. Tale esclusione è stata criticata da alcune associazioni che ritengono assurdo che siano esonerate dall’obbligo le scuole delle minoranze cui appartengono i ragazzi maggiormente bisognosi. 
Nella sua sentenza la Corte ricorda che su 1.250.755 scuole di istruzione primaria, l'80,2% sono governative, il 5,8% private che godono di aiuti, il 13,1% private che non ricevono aiuti. 
La Corte ha basato il suo verdetto sul principio che quello all’educazione è un diritto fondamentale di tutti i ragazzi tra i 6 e i 14 anni di età.

domenica 23 ottobre 2011

Il figlio maschio

Bambini a Cochin (Kerala - India)
Avere un figlio maschio è necessario, indispensabile, per la salvezza dalla dannazione.
In India è particolarmente importante, direi essenziale, avere un figlio maschio. Per capire i motivi che stanno alla base di questa esigenza, non è sufficiente rifarsi ad aspetti di carattere economico. Senza dubbio, come abbiamo visto in questo precedente post, una figlia comporta maggiori spese e minori vantaggi da un punto di vista economico, ma è necessario analizzare le motivazioni di carattere religioso.
Un giorno parleremo dell'inferno, meglio degli inferni dell'induismo, oggi basti dire che un'anima, dopo essersi spogliata del corpo mortale e prima di reincarnarsi in un altro corpo subirà le conseguenze delle sue azioni in 'paradiso' o all'inferno. Dopo avere goduto o patito delle proprie azioni in questi loka (luoghi) l'anima si reincarnerà in un altro essere vivente.
Per evitare di finire all'inferno è innanzitutto indispensabile che vengano svolte in modo corretto le cerimonie funebri ed è altresì necessario che quotidianamente vengano recitate le preghiere per gli avi. Si tratta di uno dei tre debiti che l'uomo deve saldare nella vita terrena, oltre a quello verso gli déi e quello verso i saggi, ognuno ha un debito verso gli antenati che devono essere venerati e nutriti. Protagonista assoluto di queste cerimonie, di questi riti e di queste preghiere è il figlio maschio.
"Questo debito - ci dice A. Danielou ne "I quattro sensi della vita" - non può essere pagato che generando un figlio che possa continuare la discendenza, la razza, la casta, la famiglia."
Non per nulla in sanscrito figlio si dice putra la cui etimologia risale a put, che è un tipo di inferno, e a trayate, che in sanscrito significa salvare, preservare. Il figlio maschio è qundi putra, 'colui che salva dall'inferno'.
Questa convinzione porta con sè molte conseguenze. Per esempio nelle Leggi di Manu, la Manusmirti, cioè il più importante Trattato sulle norme di comportamento, si stabilisce chiaramente che le donne furono create per avere figli maschi e gli uomini per avere una discendenza (Manusmirti IX, 96) e si prevede anche che il marito possa 'sostituire' la moglie dopo otto anni di matrimonio se la moglie è sterile, dopo dieci anni di matrimonio se la moglie ha procreato figli morti, dopo undici anni se la moglie ha procreato solo figlie femmine (Manusmirti IX, 81).
Anche nella scelta della donna da sposare, Manu invita gli uomini a scartare donne appartenenti a famiglie che non hanno figli maschi e ciò anche se queste famiglie sono "ricche di vacche, capre, pecore, proprietà o grano" (Manusmirti II, 7).
E'così importante avere un figlio maschio che Manu (IX, 174) ritiene legittimo che un uomo sposato senza figli maschi possa comprarne uno per garantirsi i riti funerari.
In assenza di figli maschi, il nipote maschio potrà svolgere le funzioni prescritte a favore del nonno.
E' al figlio maschio che il padre in punto di morte trasmette le ultime volontà sussuradogli nell'orecchio: "Tu sei il brahman, tu sei il sacrificio, tu sei il mondo". Il figlio risponde "Io sono il Brahman, io sono il sacrificio, io sono il mondo" (Brhadaranyaka Upanishad I 5, 17).
Ed è il figlio che, dopo aver effettuato tre giri antiorari intorno alla pira del padre defunto, appicca il fuoco durante i riti della cremazione.

sabato 8 ottobre 2011

Del non far niente

Una delle grandi differenze tra la vita nell'occidente moderno e nell'India (non urbanizzata), è che in India si può stare senza fare niente.
Mi spiego. Se qui in Italia o in un altro paese occidentale vedete una persona a sedere che non fa niente, non parla, non legge, non lavora, non sente la musica, non guarda la televisione..... non gioca al computer vi meravigliate, chiedete "ma cosa stai facendo?", insomma lo prendete per un ozioso, per un tipo un po' strambo o addirittura per un pazzo. Perchè qui bisogna fare qualcosa, bisogna agire, bisogna che i nostri sensi recepiscano visioni/suoni/colori/sensazioni etc. Non è pensabile che una persona stia ferma a non fare niente, solo a pensare o, addirittura (se ci riesce), neppure a pensare.
In India non è così. O per lo meno non lo è nell'India vera e non in quel surrogato di occidente che sta diventando l'India splendente del boom economico.
In India si può stare senza far niente, è lecito, anzi consigliabile, essenziale avere dei momenti nella giornata in cui non si fa niente, ci si ferma, si chiude tutte le aperture verso le esterno.
Sri Nisargadatta Maharaj, maestro del vedanta, in una delle sue illuminanti conversazioni raccolte nel volume "Io sono quello", in Italia edito da Ubaldini, in proposito diceva "Questa maniera apparentemente oziosa di passare il tempo in India è tenuta in grande considerazione. Significa che in questo momento sei libero dall'ossessione del 'dopo'. Se non ha fretta, la mente si libera dall'ansia e diviene silenziosa e nel silenzio cominci a sentire qualcosa che è abitualmente troppo fine e rarefatto per poter essere percepito. La mente, per riconoscerlo, deve essere aperta e quieta. Qui cerchiamo di mettere la mente nella condizione ideale per poter capire la realtà." E la realtà vera non è certo il mondo (incluso il nostro corpo) che percepiamo con i nostri sensi e che ci riempie, ma che è transitorio e pertanto non reale. La realtà, secondo il pensiero hindu, non è fuori di noi, ma dentro di noi.
Ancora Nisargadatta ci ricorda che "tutti i nostri problemi nascono dall'erronea convinzione di essere il nostro corpo: il cibo, il vestiario, la casa, la sicurezza, la sopravvivenza. Tutto ciò non ha più significato nel momento in cui ti rendi conto che potresti non essere soltanto un corpo." Colui che crede di essere il corpo appare alla nascita e scompare con la morte. Se invece ci si libera da questa erronea convinzione e ci si libera dall''io' e dal 'mio', ci avviciniamo all'unica cosa che vale la pena conoscere, il Sè.
Insoma "il silenzio e l'immobilità non sono inattivi, il fiore riempie l'aria del suo profumo, la candela della sua luce. Non fanno niente, ma cambiano tutto con la loro sola presenza."

sabato 10 settembre 2011

Sati e l'autoimmolazione delle vedove

Sati, stampa dell' '800
Che cosa avrà pensato Roop Kanwar, 18 anni, quando ha preso tra le proprie braccia il capo del marito morto e adagiato sulla pira funebre? Cosa avrà sentito quando, dopo i rituali tre giri intorno al cadavere, il cognato ha appiccato il fuoco alla catasta di legna su cui giacevano lei, viva, ed il marito, morto? Quanto avrà sofferto quando il fumo della pira l’ha circondata e le fiamme l’hanno ghermita fino a bruciarla viva?
Si tratta dell’anugamana (che in sanscrito significa 'seguire') o del sahamarana (leteralmente saha=insieme, marana=morte), universalmente conosciuto come ‘sati’ (o suttee) che in sanscrito significa ‘fedeltà’ ed è il nome della prima sposa di Shiva che, offesa per lo sgarbo che suo padre Daksha fece al divino sposo, si autoimmolò bruciandosi.
E’ un’usanza vietata in India dal 1839 ed oggi abbastanza rara, ma della cui pratica in più o meno remoti villaggi del subcontinente (soprattutto in Rajasthan e Bengala) ogni tanto si hanno purtroppo ancora notizie. E chissà di quante invece non abbiamo notizia.
Incredibilmente in India – a fronte dei movimenti che si battono contro la sati e a favore della condizione femminile - sia tra la gente comune sia tra gli intellettuali ed i religiosi esistono ancora titubanze a condannare senza appello questo rituale (cfr. qui e qui)
L’ultimo caso di ‘sati’ ufficialmente riconosciuto risale al 2008, quando una donna di 75 anni si è gettata sul rogo del marito morto all’età di 80 anni nello stato del Chattisgarh. Precedentemente si ricordano sati nel 1973, nel 1978, nel 1987, nel 1988, nel 2002 e, due casi, nel 2006.
La pratica è/era in genere volontaria, ma in molti casi c’è stata una coercizione fisica o psicologica nei confronti della donna per costringerla o ‘convincerla’ ad autoimmolarsi (cfr. qui).
Il caso di Roop Kanvar, per esempio, fece molto scalpore perché a detta di molti era impensabile che nel 1987 una ragazza di 18 anni con un alto livello di istruzione seguisse volontariamente il marito defunto tra le fiamme andando incontro ad una morte atroce.
In passato sono stati attestati non solo casi in cui la moglie era addirittura legata sulla pira funebre, ma anche casi in cui era stata drogata con bhang o oppio per fiaccarne la resistenza e la volontà.
Il rito della sati non si ritrova nei Veda – principali testi sacri dell’induismo – che per la vedova prescrivono il matrimonio col fratello del marito o con altro prossimo congiunto. Troviamo però un cenno, non si sa a che periodo risalente, dell’usanza nell’Atharva Veda dove si ricorda che “ogni donna virtuosa si brucia assieme al cadavere del marito”.
Anche gli episodi di sati che sono narrati nei due poemi epici Mahabharata e Ramayana, paiono aggiunte tardive.
Gli studiosi in prevalenza ritengono che l’origine della vergognosa usanza – nata nel VII secolo a.C. e diffusa soprattutto, ma non solo, tra la casta superiore dei brahmani – sia diretta conseguenza della divisione castale e degli obblighi di endogamia conseguenti. La sati infatti è strettamente legata ad altri fenomeni inaccettabili come il matrimonio in giovanissima età con marito anziano e come il divieto di risposarsi e le altre restrizioni sociali per le vedove.
Il marito per la donna indiana è come un dio, la moglie lo deve servire e venerare, lo deve seguire nella vita e precederlo nella morte. Di conseguenza una moglie senza il marito, senza il suo dio, non ha ragione di esistere anzi potrebbe diventare un problema per la rigida concezione castale. Una donna vedova infatti difficilmente potrebbe trovare un altro marito in India tra gli uomini di pari casta e quindi potrebbe essere portata a sposare uomini di casta diversa, violando la principale regola castale che vieta la mobilità tra caste. In effetti la condizione della vedova nell’India tradizionale, e talvolta nei villaggi ancora oggi, è particolarmente difficile, quando va bene la donna restava a servire nella famiglia del marito, doveva dormire per terra e poteva mangiare solo cibi non conditi.
Spesso le vedove ancor oggi vengono inviate in conventi o case di accoglienza dove, rasate e vestite di bianco (colore del lutto in India), passano il loro tempo a pregare nei templi o, se giovani, a prostituirsi come possiamo leggere nel bel libro ‘Acqua’ di Bapsi Sidhwa dal quale è stato tratta l’omonimo film diretto da Deepa Mehta.
A quanto riportano le cronache, il terribile rito è/era celebrato in modo solenne, la moglie che si immola si veste con gli abiti del matrimonio, si reca in processione sul luogo della cremazione e, dopo aver girato per tre volte intorno alla pira del marito salmodiando sacri mantra, sale sulla catasta di legna e si adagia accanto allo sposo per essere arsa viva insieme al defunto. La vedova che si autoimmola viene poi venerata come una dea tanto che sul luogo della cremazione sono stati costruiti santuari e templi.
Attualmente le leggi indiane prevedono pene molto dure per chi organizza, promuove, incentiva o anche assiste ad una sati, è anche vietato costruire altari o templi o recarsi a pregare sui luoghi dove la sati è avvenuta.

sabato 3 settembre 2011

Morte, corpo e atman

Cremazione sul Gange a Varanasi
Nella tradizione induista, il corpo non è altro che l’involucro, l’abito utilizzato dall’atman per incarnarsi e percorrere il lungo tragitto che condurrà questo ‘spirito’, questa ‘anima’ ad unirsi allo ‘spirito universale’, il Brahman dopo innumerevoli reincarnazioni fino al completo esaurimento del ‘residuo karmico.’
Il corpo, e soprattutto il corpo dell’uomo, è importante, è lo strumento, l’unico, che può consentire all’atman il raggiungimento della moksha, la liberazione e l’interruzione definitiva del samsara, il ciclo delle rinascite. Non è dato a nessun altro essere vivente, solo l’essere umano può raggiungere la liberazione.
Gandhi diceva che il corpo è come l’arcolaio, pertanto va curato, manutenuto, riparato, oliato, utilizzato correttamente perché serva allo scopo, ma è solo uno strumento, niente più. Conseguentemente la morte riguarda solo il corpo, l’anima o, più correttamente, l’atman non muore, non può morire essendo ‘essere’ e l’ ‘essere’ non può ‘non essere.’ L’anima è innata, cioè ‘non nata’ in quanto sempre esistita e – così come tutto ciò che nasce muore – ciò che non nasce non può morire.
Nella Bhagavad Gita (II, 20) si legge: “L’anima che è dentro ogni uomo mai nasce né muore; non è stata, non sarà di nuovo. Essa che è innata, necessaria, eterna, primordiale, non muore quando muore il corpo”.
Per questo, pur nel dolore che la morte arreca tra gli uomini, essa è vista in India in un’ottica diversa da quella occidentale, è considerata come una nuova nascita.
Non si tratta infatti di un qualcosa che finisce, ma di un qualcosa che continua. Tant’è che la morte in India non è contrapposta alla vita bensì alla nascita e, come la nascita, non è altro che uno dei tanti passaggi da una condizione ad un’altra.
Significativamente l’utero materno è considerato come una tomba dove muore un determinato stato dell’essere per nascere in un altro e, correlativamente, la tomba è considerata come un utero dove si consuma la distruzione del corpo e da cui l’essere passerà ad una nuova condizione attraverso una nuova nascita.
La convinzione che “tu non sei il tuo corpo” ha come conseguenza che anche i riti funebri e il culto degli avi siano diversi da quelli occidentali.
La distruzione del corpo mediante la cremazione (metodo assolutamente maggioritario utilizzato in India per disfarsi del cadavere) e i riti conseguenti sono tutti volti a consentire all’atman di proseguire in modo corretto il percorso che ancora deve compiere.
Non esiste, non c’è motivo che esista, un corpo da venerare, una tomba su cui pregare e neppure un nome da ricordare, il defunto perde nome e forma (namarupam), esiste solo l’atman e i riti sono destinati a favorire il compimento del percorso che l’atman deve fare.
Il defunto perde i connotati della propria individualità tanto che assume un nome comune a tutti gli altri defunti. In genere si chiamerà Sarma se era di casta brahmana, Varma se kshatriya, Gupta se Vaisya e Dasa se Sudra e a lui sono dedicati i riti solo fino alla terza generazione. In pratica si celebrano i riti per il padre, il nonno e il bisnonno defunti. Quando morirà il figlio, per il bisnonno non verranno più celebrati riti e così via di seguito.

mercoledì 31 agosto 2011

Ganesh Chaturthi

Ecco il Ganesh di gesso che ho comprato,
ma che non ho gettato in mare
Quest'anno il Ganesh Chaturthi (o Vinayaka Chaturthi) cade il 1° di settembre. Si tratta della festa per il compleanno di Ganesh, dio dalla testa di elefante figlio di Shiva e Parvati.
Ganesh, di cui ho parlato anche qui e qui, è particolarmente venerato in tutta l'India, come dio benevolo che riesce a risolvere i problemi e a superare tutte le difficoltà.
Durante le celebrazioni si svolgono in India ed in particolare a Mumbay festival di ogni tipo, riti religiosi e festeggiamernti che si concludono con maestose processioni in cui i fedeli portano statue di Ganesh realizzate per l'occasione.
Si va da piccole statue a statue gigantesche che in genere superano i dieci metri, realizzate in gesso o creta e riccamente addobbate che - dopo la processione - vengono gettate nei fiumi o - come nel caso di Mumbay - nel mare dove si sciolgono.
La prima volta che ho assistito a questa festa, mi sembrava impossibile che quelle belle statue fossero destinate alla distruzione ed infatti quella (piccola) che comprai per me non la gettai in mare, ma l'ho ancora.

venerdì 15 luglio 2011

Perchè Mumbai ha fretta di dimenticare?

Interessante questo articolo sul Times of India di C.P. Surendran che critica la facilità con la quale gli abitanti di Mumbai dimenticano gli attentati che da anni periodicamente colpiscono la città.
Da tutto il paese - scrive Surendran - giungono lodi ai cittadini di Mumbai che dopo gli attentati vanno al lavoro e continuano la loro routine quotidiana.
"Se una bomba colpisce la città - continua Surendran - i sopravvissuti dovrebbero interrompere la routine, dovrebbero pagare un tributo ai morti, dovrebbero fare un minuto di silenzio, discutere in famiglia e nei luoghi di lavoro del problema, fare pressione sul governo perchè intervenga efficacemente per rendere il paese più sicuro. Questo - conclude - sarebbe vero rispetto per la morte... e della vita."


Per l'intero articolo clicca qui.

domenica 3 luglio 2011

Dall'ombelico di Vishnu nasce un tesoro

Sacchetti pieni di gioielli e pietre preziose, monete d'oro del periodo napoleonico, anelli, collane, bracciali con diamanti, rubini e smeraldi, collane d'oro lunghe metri, corone, bastoni incastonati da pietre preziose, piatti e coppe d’oro. 
Ad una prima stima il tesoro trovato in India vale circa 500 miliardi di rupie (11,2 miliardi dollari) e dovrebbe essere il più grande tesoro mai trovato nel paese e uno dei più ricchi mai trovato al mondo.
Siamo a Thiruvananthapuram (Trivandrum), capitale del Kerala, meraviglioso stato del sud dell’India e sotto il pavimento del tempio dedicato a Sree Padmanabhaswamy è stato trovato quello che presumibilmente è il tesoro di un maharaja, lì nascosto prima dell’indipendenza dalla corono britannica.
Dall'ombelico di Vishnu nasce un loto su cui è posto Brahma
Ma non è finita, gli scavi e l’esplorazione del sottosuolo del tempio sono ancora agli inizi e non è escluso che vengano effettuati ulteriori ritrovamenti. Al momento sono state aperte due delle sei cripte presenti nel sottosuolo.
Solo dopo una battaglia legale e una sentenza dl tribunale le autorità locali avevano potuto iniziare le ricerche in quanto i discendenti del maharaja di Trevancore gestivano ancora il tempio attraverso una fondazione e si sono opposti strenuamente all’iniziativa ed hanno annunciato che presenteranno appello contro la sentenza.
Il tempio, conosciuto anche come Sree Ananda Padmanabhaswamy Temple, è dedicato al dio Vishnu nella sua forma riposante sul serpente infinito Ananda o Anantha (che in sanscrito significa senza fine) e dal quale deriva anche il nome della città), nella posizione Anananthasayanam. Dall’ombelico di Vishnu sognante nasce un loto su cui è posto Brahma che, secondo una delle molte cosmogonie hindu, realizza il mondo che Vishnu sogna.
Da qui il nome del tempio, infatti in sanscrito padma significa loto e nabha ombelico.


La notizia:







domenica 5 giugno 2011

I Samskara

Secondo la Manusmirti i sacramenti o “riti di trasformazione” per i “nati due volte” – cioè per gli appartenenti alle prime tre caste (brahmani, kshatriya e vaisya) - sono dodici per altri testi sedici. I samskara possono essere definiti come i sacramenti induisti e segnano un momento importante nella vita dell’indiano, un passaggio, un’abilitazione.
Guardiamo quali sono i sedici samskara necessari, quelli cioè che un buon indù deve celebrare, non dimenticandoci che nella realtà ci sono zone dell’India o particolari caste che celebrano anche più di cinquanta sacramenti diversi e che gli stessi riti possono anche avere nomi diversi.
Il primo samskara è il Garbhadhana, il rito del concepimento o dell’infusione del seme che dovrebbe essere celebrato prima del concepimento per propiziare una buona gravidanza e una buona nascita.
Il Pumsavana si celebra trascorsi sei mesi di gravidanza ed è un rituale per avere un figlio maschio.
Al quarto, sesto o ottavo mese (a seconda delle circostanze) della prima gravidanza si svolge anche il samskara del Simantonnayana nel quale si dividono i capelli della madre con una scriminatura centrale.
Il Jatakarman è il rituale della nascita che va celebrato prima che il cordone ombelicale del bambino venga reciso. Con un cucchiaio d’oro viene dato al bambino latte, miele e burro e viene sussurrata al suo orecchio “vac” che in sanscrito significa parola. In questo momento viene dato il nome segreto del bambino, quello che conoscono solo i genitori mentre il nome vero, quello ‘pubblico’ verrà dato dopo (almeno) dieci giorni dalla nascita nel rito del Namakarana che è il quinto samskara.
Il Niskramana letteralmente significa ‘uscire’ ed è la cerimonia che si celebra dopo circa quattro mesi dalla nascita quando il bambino per la prima volta esce di casa e incontra il mondo e vede il sole.
Con il settimo samskara, Annaprasana, si rende pronto il bambino ad assumere cibi solidi e si celebra verso il sesto/settimo mese, infatti in sanscrito ‘anna’ significa ‘cibo’.
Il Cuda o Cudakarana è il taglio cerimoniale che va fatto, a seconda dei casi, al primo o al terzo anno di vita del bambino.
Tra il sesto e il sedicesimo mese dalla nascita (o anche più tardi) si celebra il Karnavedha, ossia la foratura del lobo degli orecchi sia dei maschi che delle femmine.
Il Vidyarambha che letteralmente significa inizio della conoscenza,  può considerarsi come il primo giorno di scuola, quando la vita del bambino non è più fatta soltanto di giochi, ma anche di apprendimento.
Importantissimo è l’Upanayana, che rappresenta la seconda nascita per i nati nelle prime tre caste. In questa cerimonia il bambino indossa per la prima volta il sacro cordone Yagyopavit che  è fatto di fibra diversa a seconda della casta di appartenenza. In questo momento il ragazzo è affidato a un guru, un maestro spirituale che dovrà introdurlo nello studio dei testi sacri e fare di un ragazzo un adulto.
Il rito del Vedarambha  è celebrato all’inizio dello studio dei sacri Veda e delle Upanishad.
Col Kesanta – a sedici anni – si celebra una nuova rasatura rituale.
Il ragazzo torna a casa dopo aver terminato il periodo di studi presso il maestro con la celebrazione del Samavartana. Il ragazzo è diventato adulto.
Il matrimonio si celebra col rito del Vivaha mentre i riti funebri vanno sotto il nome di Antyesti (ultimi riti).
Riassumendo:
  1. Garbhadhana, letteralmente ‘dono dell’embrione’ o del concepimento;
  2. Pumsavana, rito per ‘generare un maschio’
  3. Simantonnayana, ‘dividere i capelli’ (della madre), rito che avviene in genere durante la gravidenza;
  4. Jatakarman, ‘rito (karman) della nascita (jata)’
  5. Namakarana, ‘cerimonia (karana) del nome (nama)’, dopo dieci o dodici giorni dalla nascita;
  6. Niskramana, la prima ‘uscita’ del bambino;
  7. Annaprasana, ‘mangiare (prasana) il cibo (anna)’;
  8. Cudakarana, ‘cerimonia del ciuffo o dei capelli (cuda)’, è la prima tonsura del bambino e si esegue nel primo o nel terzo anno di vita;
  9. Karnavedha, ‘perforazione dell’orecchio (karna)’, tra i tre e i cinque anni;
  10. Vidyarambha, ‘inizio (arambha) della conoscenza (vidya)’;
  11. Upanayana, ‘introdurre’ nella casta e nella società;
  12. Vedarambha, ‘inizio (dello studio) dei Veda’;
  13. Kesanta, ‘eliminare i capelli’;
  14. Samavartana, ‘ritono (casa)’;
  15. Vivaha, ‘matrimonio’;
  16. Antyesti, ‘ultima' (antya) celebrazione, i riti funebri.



mercoledì 18 maggio 2011

Induismo e cristianesimo

Agnihotra
Un amico mi ha chiesto che differenza c’è, nella prassi, tra cristianesimo e induismo. Al di là dei riti, delle celebrazioni, delle credenze, concretamente in cosa si differenzia un cristiano da un induista.
Ovviamente è una domanda enorme alla quale non sono in grado di dare una risposta esauriente. Tanti sono gli aspetti che rendono le due religioni lontanissime tra loro e tanti anche quelli che le rendono simili.
Comunque non ho potuto fare a meno di riandare a leggermi un brano del meraviglioso “Pellegrinaggio alle sorgenti” di Lanza del Vasto.
Si tratta del diario di un viaggio ‘epico’ che Lanza del Vasto fece in India nel 1936 per abbeverarsi alle sorgenti di tutte le religioni e di tutte le spiritualità.
Il pellegrino italiano incontra un asceta e si ferma qualche giorno nel suo ashram alle pendici dell’Himalaya. Nel momento di partire viene invitato dal shadu a restare a meditare, ma lui rifiuta.
“In me vi è un’inquietudine cristiana  - dice - che, per quanto imperfetta, preferisco alla serenità perfetta proposta da questo saggio.
Il bene che cerco non è la pace del sonno profondo ma il delirio dell’anima innamorata. Non credo di avere il diritto di cercare la salvezza da me stesso e per me stesso. Devo passare per il bene altrui per arrivare al mio bene e ritengo che la carità valga più della saggezza.
Per questo mi recherò da Gandhi, per imparare a diventare un cristiano migliore.”

domenica 1 maggio 2011

Milioni di bambine non nate

Sono milioni le bambine che mancano all'appello oggi in  India.
I dati preliminari del Censimento 2011 svoltosi recentemente in India evidenziano, tra l'altro, una preoccupante e generalizzata riduzione del rapporto tra nati maschi e nati femmine. Si è passati da 976 femmine ogni 1.000 maschi nel 1961 alle attuali 914 femmine ogni 1.000 maschi. In certi distretti il rapporto è di 850 a 1.000.
Si ritiene che l'acuirsi del divario sia dovuto anche al diffondersi delle moderne tecnologie mediche quali l'amniocentesi e l'ecografia che consentono di conoscere in anticipo il sesso del nascituro e quindi di pratica l'aborto selettivo di feti femmina. In certi zone è diffuso purtroppo anche l'infanticidio femminile.
Bambine di Cochin
Il divario sempre crescente tra il numero delle femmine e quello dei maschi - che è più accentuato nelle grandi città rispetto ai villaggi - è considerato la causa di fenomeni dolorosi quali la tratta di bambine povere destinate a matrimoni forzati e addirittura a casi di poliandrismo, cioè di più uomini che sposano la medesima donna.
Il miglioramento dell'economia e l'aumento dell'alfabetizzazione nel paese non ha comportato un contenimento di questo squilibrio di genere che anzi si è dilatato.
In gran parte dell'India la parità dei sessi è ben lungi dall'essere garantita. La società civile e religiosa, politica ed economica  - salvi casi sporadici anche molto importanti (vedi Sonia Gandhi o la Presidente della Repubblica Pratibha Patil) - è fortemente maschilista e le donne sono discriminate sotto molteplici aspetti. Generalmente in India si ritiene pertanto che la nascita di una figlia sia un problema, a cominciare dall'obbligo di procurarle una dote per poterla sposare.
Non si tratta di un problema medico-sanitario o giuridico, non servono leggi speciali (tutte regolarmente fallite), ma servirebbe un cambiamento culturale che in questo caso l'India non sembra riuscire a fare. 

Se volete approfondire potete leggere integralmente l'intervento del Prof. K.S. Jakob dell'Università di Vellore pubblicato su The Hindu

sabato 9 aprile 2011

Elogio della banana

Oggi voglio fare l'elogio della banana. Non è uno scherzo, dico sul serio. Per un povero occidentale che viaggia in lungo e in largo per l'India e non frequenta lussuosi ristoranti, la banana è un punto di riferimento imprescindibile.
Innanzitutto è buona, incredibilmente buona. Niente a che vedere con le banane insapori che ci propinano in occidente. Picc ole, grandi, gialle, verdi ed anche rosse. Cotte, ma prevalentemente crude, le banane sono una sicurezza. Cibo igienico al 100%, grazie al suo naturale involucro, la banana libera il povero occidentale timoroso di virus e batteri da situazioni imbarazzanti.
Venditrice di foglie di banano
Mi ricordo che durante un viaggio nella sperduta campagna del Tamil Nadu, comprammo una cinquantina di banane che ci garantirono i pasti fino al primo luogo dove vendevano cibo 'sicuro'.
Il banano è poi una pianta generosa. E' una sorta di arbusto stagionale che nasce, produce i suoi caschi pieni di frutti e muore lasciando due o più ributti che, una volta opportunamente ripiantati, crescono per dare altri frutti e altri ributti e così via.
I banani offrono inoltre le principali stoviglie degli indiani soprattutto nei villaggi e nelle case più umili. Sono infatti le foglie del banano i piatti sui quali ciascuno mangia il proprio cibo. Una bella foglia verde con sopra riso bollito bianco e vari tipi di salse colorate e piccantissime.
Al mercato di Madurai ho fotografato questa simpatica signora nel suo negozio di foglie di banano e dal signore della foto pubblicata nel post che c'è sopra ho comprato circa cinquanta banane in un colpo solo.


sabato 2 aprile 2011

L'India batte Sri Lanka e vince la Coppa del mondo di cricket

Mumbai: Un'India ispirata sabato sera ha riconquistato l'ambita Coppa del Mondo di cricket dopo 28 anni battendo la nazionale dello Sri Lanka con una vittoria di sei wicket in un finale al cardiopalma scrivendo  un nuovo capitolo della loro gloriosa storia.


Da Times of India

mercoledì 9 febbraio 2011

Censimento in India

Oggi in India è iniziata la seconda fase del Censimento 2011 con la registrazione dei dati del primo cittadino indiano, la Presidente Pratibha Patil.
Questa è la seconda fase del Censimento, denominata Fase del conteggio della popolazione, con oggi è iniziata contemporaneamente in tutto il paese e durerà fino al 28 febbraio. Tutti i 640 distretti, le 5.767 amministrazioni locali, le 7.742 città e i più di 600.000 villaggi del paese saranno coperti dal censimento. Questo è il quindicesimo censimento che si svolge in India.
La popolazione del paese dovrebbe essere di circa un miliardo e 200 milioni, quella mondiale di circa sei miliardi e 900 milioni.
In proposito vi segnalo il sito Indiastat che, oltre a interessanti statistiche sull’India, ha un riquadro in cui la popolazione mondiale e quella indiana sono costantemente aggiornate. E’ impressionante.

martedì 8 febbraio 2011

Italia e India sono simili? Quasi.

Questo post lo scrivo solo in italiano perchè mi vergogno un po'. Vi sintetizzo la parte centrale di un articolo dal titolo "Corruzione: l'Italia è un passo avanti?" che potrete leggere integralmente su The Hindu, uno dei principali quotidiani indiani in lingua inglese, e che evidenzia che Italia e India per certi versi sono simili, ma non per tutto. 


".....Gli indiani di ritorno da viaggi in Europa ricordano la rigidità dei tedeschi, la superbia dei francesi, l'estrema parsimonia degli olandesi o il razzismo degli austriaci. Dell'Italia, invece, hanno diverse reazioni: 'Sono amichevoli, loquaci, accoglienti ed è l'unico posto in Europa dove i vegetariani possono ottenere un pasto decente. Ma sono anche ladri e disonesti. Ti portano via la camicia e le scarpe e non si sa nemmeno come sia successo. Ma in qualche modo ti senti su un terreno familiare.'
La maggior parte dei indiani dicono di sentirsi a casa in Italia: la vita è caotica, nessuno rispetta le regole, i poliziotti possono essere pagati per annullare multe, c'è l'evasione fiscale di massa, la mafia controlla ampie fasce di territorio, il governo conta poco e per i benestanti la vita è molto piacevole.
Quasi nessuno, ad eccezione di un paio di organizzazioni di beneficenza cristiane e di altre ONG, pensa ai poveri. Il denaro pubblico destinato alle vittime di disastri tende a scomparire nelle tasche di funzionari e il clientelismo è dilagante: le case costruite per i poveri sono le prime a crollare in zone a rischio sismico del sud d'Italia a causa della scarsa qualità dei materiali utilizzati.
Suona familiare? Beh, per quanto riguarda il modo in cui viene condotta la politica, con la corruzione nella vita pubblica, una norma accettata quasi universalmente, la resistenza continua nei legami familiari e la struttura della società, le somiglianza tra India e Italia sono suggestive e sorprendenti..."

Mi fermo qui, l'articolo però continua e spiega perchè l'India non è come l'Italia e non è lusinghiero, se volete continuare cliccate qui.