Visualizzazione post con etichetta Geopolitica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Geopolitica. Mostra tutti i post

sabato 6 luglio 2013

Un decreto contro la fame

In una delle sue ultime riunioni il Governo indiano ha approvato il National Food Security Bill, un disegno di legge contro la fame e la malnutrizione in India.
Il progetto prevede la fornitura di 5 kg di cereali per persona al mese per 67% della popolazione del paese ad un prezzo calmierato tra 1 e 3 rupie al kg (1 rupia corrisponde a 0,013 euro) nonché pasti gratuiti a donne incinte, madri che allattano, bambini tra i sei mesi e i 14 anni, bambini malnutriti e senzatetto.
Il programma, che deve essere approvato dal Parlamento Indiano, dovrebbe riguardare circa 800 milioni di persone ed il costo complessivo sarà di circa 22 miliardi di dollari, diventando così il più grande programma di sicurezza alimentare nel mondo. 
Il progetto, che secondo alcuni è eccessivamente costoso per il Paese, è visto dagli osservatori come un compromesso tra quello che il presidente del Congresso Sonia Gandhi voleva e ciò che il governo di Manmohan Singh era disposto a fornire.
Rajnath Singh, presidente del BJP principale partito d’opposizione, ha criticato il ritardo con il quale il provvedimento è stato preso, ma ha dichiarato che il suo partito non si opporrà al progetto, ma che proporrà alcuni emendamenti.
Uno dei punti deboli dell’iniziativa pare essere la mancanza di chiarezza in merito ai criteri per l'individuazione dei beneficiari. L'intenzione è di fare questa scelta in base ai risultati del censimento socio-economico e di casta che dovrebbero essere disponibili entro ottobre.
Gli osservatori giudicano il provvedimento molto importante in un paese dove, secondo dati governativi, il 43% dei bambini sotto i cinque anni soffrono di malnutrizione cronica.
Molti evidenziano anche la necessità che il progetto venga protetto dalla corruzione che risulta essere la minaccia più grande alla sua attuazione. Diversi studi infatti hanno dimostrato che in questi anni tra il 35 e il 55% delle risorse provenienti da programmi alimentari sono state dirottate e rivendute al mercato libero.




Per saperne di più

domenica 5 maggio 2013

Ikea in India

Fra poco in una casa di Varanasi o di Pune, in una capanna del Bihar o in un appartamento di Mumbay non troveremo più charpai o letti col baldacchino, semplici scaffalature in legno dai più svariati colori, specchi incorniciati con canne di bamboo e tavoli in teak o in legno di mango. Troveremo la libreria Billy e la poltrona Karlstad, il letto Malm e il tavolinetto Lack. 
Ebbene sì. Il governo indiano ha definitivamente autorizzato Ikea ad aprire in India dieci negozi nei prossimi dieci anni e altri quindici negli anni successivi. L’investimento della prima fase vale quasi 2 miliardi di dollari. 
Le leggi a tutela dei piccoli negozi che hanno per ora ostacolato la realizzazione di grandi supermercati di vendita al dettaglio e il tentativo di sbarco per esempio dell’americana, non sono servite a bloccare il colosso svedese. La legge indiana infatti autorizza gli stranieri a realizzare catene retail se i prodotti sono monomarca, come nel caso delle Ikea che vende solo prodotti a proprio marchio, mentre le vendite multimarchio (proprie dei supermercati) hanno delle restrizioni. 
E perché gli indiani non dovrebbero avere quello che abbiamo noi, mobili a buon mercato? Sarà, ma questa omogeneizzazione mi rattrista e mi spaventa 
Non voglio tediarvi, ma devo citare un’altra volta il Mahatma Gandhi che era convinto che l’India avesse una missione da compiere nel mondo e dovesse essere per tutte le altre nazioni un faro che indicasse un modello di vita pacifico e diverso rispetto a quello occidentale. 

Gandhi su Young India dell’11 agosto 1927 scriveva: 

Sono sufficientemente umile da ammettere che c’è molto di utile da assimilare dall’occidente. La saggezza non è monopolio di un solo continente o di una sola razza. La mia opposizione alla civiltà occidentale è in realtà una resistenza alla sua indiscriminata e irriflessiva imitazione basata sull’assunto che gli asiatici siano capaci solo di copiare tutto ciò che provenga dall’occidente. 
Credo che se l’India avrà sufficiente pazienza da superare la prova del fuoco della sopportazione e resistere ad ogni illecita invasione della sua stessa civiltà – civiltà che, malgrado la sua indubbia imperfezione, finora ha resistito alle devastazioni del tempo – potrà dare un contributo duraturo alla pace e al saldo progresso del mondo.” (da Gandhi, Il mio credo Ed. Newton Compton).

sabato 23 giugno 2012

Vietato nascere femmina

Bambini in India
Non si sa come si chiamava, se un nome l’avesse mai avuto, la bambina che nel distretto di Jaisalmer in Rajasthan, è morta di denutrizione a pochi giorni dalla nascita. Aveva una colpa, grave in certe zone dell’India e soprattutto nel Rajasthan, era una bambina. 
Dall’ultimo censimento (Census 2011) risulta che in questo Stato dell'India vivono 883 bambine sotto i sei anni ogni 1.000 maschi della stessa età. Solo dieci anni prima il rapporto era 909 a 1.000. 
Ne avevo già parlato e riparlato, ma non posso fare a meno di ritornare sull'argomento.
Oltre agli aborti e ai feticidi mirati contro le bambine, le autorità di questo Stato denunciano addirittura molti casi di infanticidio. In pratica i genitori abbandonano le neonate che muoiono di fame in pochi giorni. 
Nel solo mese di giugno sono state segnalate le morti di cinque neonate. Una di esse era nata sanissima, ma è morta dopo pochi giorni. Il cadavere aveva chiari segni di denutrizione. 
Delle altre quattro bambine non sono stati trovati i cadaveri e alle autorità che stanno indagando, gli abitanti dei villaggi hanno riferito che è loro tradizione abbandonare nel bosco i cadaveri dei bambini morti prima dei sei mesi di vita. 
In realtà la tradizione prevede per i cadaveri dei neonati la sepoltura e la polizia è certa che in questi casi di infanticidio il cadavere viene in qualche modo eliminato anche grazie all'utilizzo di sostanze chimiche che ne accelerano la decomposizione. 
Le autorità stanno cercando di reagire. In un caso – in attesa dei risultati dell’autopsia - è stato arrestato il padre di una delle bambine morte, mentre la polizia è sulle tracce dei genitori di un’altra neonata morta, che sono scappati per sfuggire alla giustizia. 
La situazione è terrificante, se si pensa che nel solo Rajasthan negli ultimi anni ha una media di 2.500  feticidi e infanticidi femminili al giorno, sì non ho sbagliato: al giorno!


sabato 16 giugno 2012

The world before her

Venti ragazze indiane bellissime si addestrano a Mumbay per sembrare ancora più belle e spigliate, sensuali ed eleganti. Altre ragazze indiane si addestrano nel campo di Durga Vahini per imparare la dottrina hindutva e combattere coloro che vogliono colonizzare l'India e distruggere la religione, la civiltà e le tradizioni indiane. 
Miss India e un campo di addestramento paramilitare, due mondi che più lontani non potrebbero essere, ma che ben sintetizzano l'attuale momento storico del continente indiano.

Davvero un bel documentario quello proiettato a Firenze nell'ambito della prima edizione della rassegna 'Tribeca Firenze', il ramo italiano del noto festival cinematografico newyorkese. E proprio al Tribeca di New York The world before her, questo il titolo del documentario, ha vinto il World Documentary Award.
La regista Nisha Pahuja non si è limitata ad intervistare le protagoniste di questi due mondi, ma è entrata nelle loro case, ha fatto parlare i famigliari, ha mostrato il contesto sociale e culturale nel quale queste diversissime ragazze, le miss e le combattenti induiste, vivono. Ha mostrato i loro diversissimi ideali, le loro aspirazioni ed i loro sogni. 
Una cosa però accomuna tutte queste ragazze, sono tutte ugualmente determinate a raggiungere l'obiettivo: la corona di miss e una carriera nello show business da una parte e la lotta, se necessario anche armata, per difendere le tradizioni indiane dall'altra.
Un lucido documento non solo sulla condizione femminile in India, ma anche sulle due scelte estreme che l'India di oggi sembra perseguire: il consumismo occidentale e l'integralismo induista, senza la possibilità di una mediazione o di una terza via che, secondo me, solo l'India potrebbe offrire al mondo intero.


martedì 14 febbraio 2012

India sempre più armata

L'India dal satellite
L’India conferma il proprio primato nell’acquisto di armamenti. Era dello scorso anno la notizia che, secondo lo Stockholm International Peace Research Institute, l’India era divenuta il principale acquirente di armi nel mondo. 
Tra il 2006 e il 2010 il 9% degli armamenti venduti nel mondo era stato appannaggio dell’India che aveva così superato la Cina piazzandosi al primo posto di questa particolare classifica. 
Ebbene è degli scorsi giorni la notizia che la Repubblica Indiana acquisterà 126 caccia Rafale dalla francese Dassault per circa undici miliardi di dollari e un sottomarino nucleare dalla Russia per circa un miliardo di dollari. Tenuto conto di armamenti e di tecnologie presenti a bordo nonché delle garanzie e della necessaria manutenzione, i costi dovrebbero raddoppiare. L’India inoltre costruirà in proprio la sua prima portaerei. 
Il bilancio di previsione indiano per gli anni 2011-2012 prevede costi per circa 1,5 trilioni di rupie (circa 33 miliardi di dollari), un incremento del 40% rispetto ai precedenti due anni. Il 70% di quanto stanziato è destinato agli armamenti. 
L’India vuole diventare potenza incontrastata e punto di riferimento nel sud-est asiatico, vuole proteggersi dalla Cina (con la quale ha ancora aperte alcune dispute di confine) e dai paesi confinanti tutti (Pakistan, Birmania, Bangladesh, Sri Lanka) finanziati dai cinesi. L’India vuole inoltre mantenere il predominio sull’Oceano indiano, da sempre da lei considerato una sorta di ‘mare nostrum’, messo in discussione dall’aumentata influenza e dall’attivismo di Pechino considerati dalle autorità indiane come “incursioni aggressive”.



Per saperne di più clicca qui e qui.

sabato 14 gennaio 2012

Bambini malnutriti in India: "vergogna nazionale"


Anteprima
Bambine ad Agra - India


Il 42 per cento dei bambini indiani sotto i cinque anni sono malnutriti e il 59 per cento di loro soffre di un arresto o rallentamento della crescita. Sono solo alcuni dei dati che emergono dalla ricerca denominata Hungama - Hunger and Malnutrition (per leggere il rapporto completo clicca qui).
La malnutrizione risulta significativamente più alta tra i bambini di famiglie a basso reddito, di religione musulmana e appartenenti a famiglie ‘fuori casta’ o tribali, ma è assai rilevante anche nelle famiglie a medio e, addirittura, ad alto reddito. 
La stragrande maggioranza dei bambini sottopeso aveva un peso alla nascita inferiore al minimo indicato dagli standard sanitari e ciò a causa della malnutrizione delle madri durante la gravidanza. 
Il rapporto ha inoltre evidenziato che – anche in famiglie povere – la malnutrizione dei bambini è più contenuta se il livello di istruzione della madre è più alto. Si pensi che solo l’11 per cento delle madri ha dichiarato di utilizzare sapone per lavarsi le mani prima di un pasto e solo il 19 per cento di farlo dopo aver utilizzato i servizi igienici. 
Il fatto che la percentuale dei bambini malnutriti dall’ultimo rilevazione (2004) si sia ridotta dal 53 al 42 per cento non è certo un dato che conforta tenuto conto che ci troviamo nell’ “India splendente” con un incremento del PIL annuo a due cifre e che nel Paese esiste il più diffuso (e costoso) programma mondiale a favore dello sviluppo dei bambini che risulta però vanificato da corruzione e inefficienze. Tanto che il Primo ministro Indiano, Manmohan Singh, commentando il rapporto Hungama ha dichiarato che il dato rappresenta una “vergogna nazionale” e che il livello di malnutrizione è in accettabilmente elevato. Come se il Sig. Singh scendesse da Marte e non fosse al governo di questo Paese da anni determinandone le scelte di politica economica e di allocazione delle risorse prima come Ministro dell’economia ed ora come Primo Ministro.


Per saperne di più clicca qui e qui.

sabato 24 dicembre 2011

Un pensiero di Arundhati Roy

In uno degli ultimi numeri di "D di Repubblica" c'era un'intervista ad Arundhati Roy. Le hanno chiesto la sua opinione su come dall'estero viene vista l'India. Questa la sua risposta:
La Porta d'India a Mumbay

"È curioso, perché quando è scoppiata la cosiddetta “primavera araba” è stata ripresa ovunque. In Kashmir sono scese in piazza 100mila persone negli ultimi tre anni, affrontando carri armati, polizia. Ci sono stati un sacco di morti e nessuno ha parlato di “primavera del  Kashmir”.  Il Kashmir è  sotto la più densa occupazione militare del mondo: 700mila soldati in quella piccola valle. Gli Stati Uniti ne hanno mandati 165mila per attaccare l’Iraq! Ma nessuno ne parla. Per forza, l’India è la destinazione ideale della finanza internazionale e quindi devi scrivere di percentuale di crescita, mica del fatto che ci sono 800 milioni di persone che vivono con meno di 30 centesimi al giorno! O del fatto che ci sono più poveri di quelli dei 7 più poveri stati africani messi assieme. Si parla della vita spirituale dell’India, non del fatto che è un paese molto violento con le donne e i bambini e che la classe media è assetata di sangue."

venerdì 25 novembre 2011

Il 'miracolo' economico indiano

Vi segnalo un articolo, lungo ma molto interessante, di Siddhartha Deb sul 'miracolo' economico indiano pubblicato su Internazionale del 18 novembre 2011. Ne riporto solo un breve stralcio, per leggere l'intero articolo clicca qui.


Camion diretto al mercato
ortofrutticolo di Ernakulam
 "I cambiamenti introdotti in India negli ultimi vent’anni non hanno aiutato i poveri. Mentre è aumentato il numero di milionari e miliardari, e quello degli appartenenti alla classe media che aspirano a diventarlo, per i poveri la situazione è migliorata poco o per nulla, a seconda degli economisti e dei politici a cui si decide di credere. In ogni caso, i dati raccolti dal governo indiano, criticato per la sua tendenza a ridimensionare il numero dei poveri e il loro stato di indigenza, parlano chiaro: tra il 2004 e il 2005, il periodo a cui risalgono gli ultimi dati disponibili, gli indiani che vivevano con meno di 20 rupie al giorno (30 centesimi di euro) erano 836 milioni, cioè il 77 per cento della popolazione. Sono persone che lavorano prevalentemente in quel settore dell’economia che i politici definiscono “non organizzato” o “informale”: in altre parole, fanno un lavoro irregolare, in condizioni difficili e senza garanzie o prospettive di mobilità verticale."

sabato 12 novembre 2011

"Una nazione più grande della somma delle sue parti"

Cartello in malayalam
A volte non ci rendiamo conto che l’India è un paese molto grande, un subcontinente con diversità culturali, religiose, etniche, sociali, etiche spesso rilevantissime. Per questo è impossibile dire che “in India si fa così” oppure “in India si crede che…”. La nostra voglia di semplificazione deve scontrarsi con una varietà che non si ritrova in Europa e con una nazione che sfugge ad ogni classificazione. Tanto che qualcuno ha provocatoriamente scritto che “l’India non esiste.”
Non è un problema esclusivamente di quantità di abitanti, in India attualmente si contano circa un miliardo e  200 milioni di abitanti, né di territorio o di clima, ma di storia e di cultura.
L’Induismo per esempio non è una religione, è un termine col quale si cerca di racchiudere usi, costumi, credenze, fedi praticate in India. Ma nella tradizione induista ci sono anche correnti filosofiche ateistiche, alcune divinità venerate devotamente in certe zone non sono neppure conosciute in altre zone.
E poi, oltre alle religioni che convivono nella tradizione induista, esistono molte altre religioni che non hanno niente a che vedere con l'"induismo" e che non sono certo secondarie neppure dal punto di vista ‘quantitativo’, se si pensa che l’India con i suoi 150 milioni di musulmani è la seconda nazione islamica del mondo.
E non finisce qui. Anche l’alimentazione varia al variare dei luoghi, si seguono molteplici calendari, ci si veste nei più svariati modi, si seguono usi e consuetudini particolari a seconda delle zone e delle regioni.
Pensate alle lingue. La legislazione indiana riconosce 18 lingue ufficiali, ma le scuole insegnano 50 diverse lingue ed i film sono prodotti in 15 lingue, mentre esistono quotidiani in più di 90 lingue e programmi radio in almeno 70 lingue diverse.
E badate bene che non si tratta di lingue simili tra loro, alcune sono totalmente diverse. Alcuni linguaggi infatti sono di derivazione indoeuropea, come il Sanscrito e l’Hindi, altri di origine dravidica come il Tamil o il Malayalam, altre ancora derivano invece dal ceppo Mon-khmer e altre da quello Sinotibetano.
In Kerala si parla il Malayalam, in Maharastra il Maharati, in Karnataka il Kannada, in Bihar il Mithili, il Konkali a Goa, l’Hindi è la lingua ufficiale di dodici stati dell’India, mentre nell’Assam si parla il Bodo e l’Assamese, in Andra Pradesh e in Pondhicherry si parla invece il Telegu e poi ci sono le lingue dei tribali come il Bhili e il Gondi.
Il risultato di tutta questa diversità è che davvero l’India non esiste? Esiste, esiste, ma come dice Amartya Sen nel suo libro L’altra India, “l’unica idea possibile di India è quella di una nazione più grande  della somma delle sue parti”.

venerdì 28 ottobre 2011

Il Gran Premio di Formula 1 in India. Assurdo!

Piantagione di tè in Tamil Nadu (India)

Cosa accadrebbe se i contadini di Greater Noida in India invadessero pacificamente il circuito di Formula 1 costruito alle porte di New Delhi. Cosa accadrebbe se il primo Gran Premio di Formula 1 in India previsto per domenica prossima non si potesse svolgere perché una moltitudine di contadini indignati ha superato senza violenza e pacificamente i cordoni di sicurezza delle migliaia di poliziotti chiamati a difendere il ‘circus’.
Mi piacerebbe che qualcuno gridasse a voce alta che esiste un modo diverso per spendere i soldi e che esiste un modello di sviluppo che l’India ha già in casa propria e che è l’unica salvezza per evitare il rischio di essere colonizzata dall’occidente, un rischio che oggi è molto più concreto di quanto non lo fosse durante la dominazione britannica.
Sì, mi piacerebbe proprio che – in perfetto stile gandhiano – senza violenze e silenziosamente questi contadini espropriati per poche rupie si presentassero ai cancelli del circuito e si facessero bastonare a colpi di lathi dai poliziotti.
Un po’ di numeri.
Il Buddh International Circuit (sì, lo hanno proprio chiamato proprio così, in onore del Buddha!) è stato costruito dal Jaypee Group su un terreno di circa 2500 acri (più di mille ettari).
Il circuito è stato costruito a circa 40 chilometri da New Delhi e si inserisce nella Jaypee Sport City che, oltre alla pista, può vantare uno stadio di cricket, uno di hockey su prato, un campo da golf a diciotto buche e una scuola di sport.
Il circuito può ospitare circa 120.000 spettatori ed i biglietti di ingresso vanno da 2.500 (circa 36 euro) a 35.000 rupie (circa 500 euro).
Durante il Gran Premio si consumeranno 15.000 litri di carburante.
Il finanziamento complessivo ammonta a 1.960 crore di rupie (circa 300 milioni di euro), il terreno è stato espropriato e ‘pagato’ alle oltre mille famiglie di agricoltori 800 rupie (circa 12 euro) al metro quadro. I contadini sostengono che è stata illegittimamente applicata una legge del 1894, il Land Acquisition Act, per effettuare gli espropri ed anche la Corte Suprema indiana ha contestato agli organizzatori di aver usufruito illegittimamente di esenzioni fiscali chiedendo spiegazioni e sequestrando cautelativamente il 25% degli incassi dell’avvenimento.
I terreni fornivano tre raccolti l’anno e rappresentavano l’unica fonte di sostentamento di quegli agricoltori. A ciò si aggiunga che l’intera opera ha chiuso una delle principali strade della zona costringendo i bambini del villaggio di Atta Gujran a percorrere più di nove chilometri per raggiungere la loro scuola che dista in linea d’area non più di un chilometro.
Naturalmente i multimiliardari del Jaypee Group e i politici sostengono che l’intera operazione ha portato capitali esteri in India, ha dato lavoro e rappresenta un motore per lo sviluppo.
I contadini non se ne sono accorti.

giovedì 25 agosto 2011

L'opinione di Arundhati Roy su Anna Hazare

La stampa internazionale ha dato ampio spazio all’iniziativa di protesta dell’attivista indiano Anna Hazare, 74 anni, che, rifacendosi esplicitamente ai metodi gandhiani, ha iniziato uno sciopero della fame ad oltranza per protestare contro una proposta di legge anticorruzione presentata dal Governo indiano e ritenuta da Hazare troppo blanda.
Mi pare di grande interesse e, come al solito, non banale, l’articolo pubblicato da Arundhati Roy su The Hindu del 21 agosto scorso e di cui fornisco una riduzione. La traduzione dall’inglese è dell’agenzia di stampa ASIA News dove potrete trovare l’intero articolo in italiano.



(…) Mentre i suoi metodi potrebbero essere gandhiani, le richieste di Anna Hazare di sicuro non lo sono. Contrariamente alle idee gandhiane di decentralizzazione del potere il Jan Lokpal Bill è una draconiana legge anti-corruzione che prevede che un gruppo di persone attentamente selezionate amministri una burocrazia gigante, con migliaia di dipendenti e con il potere di mettere sotto inchiesta chiunque a partire dal primo ministro, i membri del giudiziario, i parlamentari e tutta la burocrazia, fino ai più bassi rappresentanti governativi. Il Lokpal prevede il potere di investigare, sorvegliare e perseguire. Se si supera il fatto che non avrebbe una sua propria prigione si tratta di fatto di un’amministrazione indipendente, concepita per combattere quella corruzione estesa e non quantificabile che abbiamo già. In pratica, due oligarchie al posto di una sola.
Che possa funzionare o meno dipende dal modo in cui concepiamo la corruzione. La corruzione è una questione puramente legale – fatta di irregolarità finanziaria e tangenti – oppure è la valuta di una transazione sociale in una società egregiamente ineguale, in cui il potere continua a essere concentrato nelle mani di una minoranza sempre più esigua? Immaginiamo, per esempio, una città fatta di centri commerciali in cui il commercio degli ambulanti sia stato proibito. Un ambulante paga al poliziotto locale e al rappresentante del comune una piccola tangente che gli permette di vendere per strada la sua merce a coloro che non possono permettersi i prezzi dei centri commerciali. È una cosa tanto terribile? In futuro, quest’uomo dovrà pagare anche i rappresentanti del Lokpal? La soluzione ai problemi della gente ordinaria si trova nel riparare la disuguaglianza sociale o nella creazione di un’altra struttura di potere a cui la gente dovrà rispondere?
(…) Il Digiuno non si riferisce ovviamente allo sciopero della fame di Iron Sharmila, che è durato per più di dieci anni (oggi viene nutrita a forza) e che cercava di far revocare l’Afspa, disegno di legge che permette ai soldati del Manipur di uccidere sulla base del semplice sospetto. Non si riferisce neanche al prolungato sciopero della fame ancora in corso, ovvero quello dei 10mila abitanti di un villaggio a Koodankulam, che protestano contro una centrale nucleare. E Il Popolo non si riferisce agli abitanti del Manipur che sostengono Sharmila, o alle migliaia di persone che affrontano con coraggio poliziotti armati e la mafia delle miniere di Jagatsinghpur, Kalinganagar, Niyamgiri, Bastar o Jaitapur. Non ci riferiamo neanche alle vittime della fuga di gas di Bhopal, o alla gente di Pune, o di Haryana o di qualunque altro posto nel Paese che resistono alle requisizioni della terra.
Il Popolo si riferisce soltanto a coloro che si sono radunati a guardare lo spettacolo di un uomo di 74 anni che minaccia di morire di fame se il Jan Lokpal Bill non viene discusso e approvato dal Parlamento. Il Popolo sono quelle decine di migliaia di persone che per miracolo si sono moltiplicate in milioni, almeno secondo le nostre televisioni, come Cristo che moltiplica i pani e i pesci per sfamare gli affamati. “Un miliardo di voci hanno parlato – ci dicono – l’India è Anna”.
Ma chi è lui veramente, questo nuovo santo, la Voce del Popolo? Stranamente non lo abbiamo sentito esprimersi su alcuna questione urgente. Nulla sui suicidi dei contadini nelle sue vicinanze, nulla sull’operazione Green Hunt. Nulla su Singur, Nandigram, Lalgarh; nulla su Posco o sulle agitazioni dei contadini o sulla questione delle Sez [le Sezioni economiche speciali, che mineranno i diritti dei piccoli proprietari terrieri ndT]. Sembra non avere un punto di vista sul piano del governo di dislocare l’esercito indiano nelle foreste della parte centrale del Paese.
Invece sostiene la xenofobia del Marathi Manoos di Raj Thackeray [etnia indo-ariana, che vive nello Stato del Maharashtra e predica l’isolamento completo dalle altre etnie e il ritorno alla purezza hindutva ndT] e loda apertamente il “modello di sviluppo” del Gujarat, il cui primo ministro ha guidato il pogrom anti-musulmano del 2002. (A causa dell’enorme protesta popolare Anna ha ritirato queste dichiarazioni, ma presumibilmente non la sua ammirazione).
Nonostante tutto questo baccano, alcuni sobri giornalisti hanno fatto quello che i giornalisti fanno di solito. Oggi sappiamo dei rapporti di vecchia data fra Anna e l’Rss [il Rashtriya Swayamsevak Sangh, partito di estrema destra nazionalista accusato di portare avanti campagne di violenza e discriminazione contro i non indù ndT].
(…) Va ricordato che la campagna per il Jan Lokpal Bill ha creato una coltre di fumo attorno a rivelazioni imbarazzanti di Wikileaks e altri scandali fra cui il 2G Spectrum: importanti aziende, giornalisti di fama, ministri governativi, politici del Congress e del Bjp [i due maggiori partiti politici dell’India, il primo democratico e il secondo nazionalista ndT] tutti coinvolti in vari modi per far sparire miliardi di rupie di denaro pubblico. Per la prima volta da anni i giornalisti lobbysti sembravano caduti in disgrazia, e alcuni fra i più importanti tycoon dell’India parevano sul punto di finire in galera. Una tempistica perfetta per un’agitazione popolare contro la corruzione. O no?
Anna Hazare
In un momento storico in cui lo Stato si ritira dai suoi compiti tradizionali e le industrie e le Ong subentrano in alcune funzioni governative (distribuzione di acqua ed elettricità, trasporti, telecomunicazioni, industria mineraria, salute, istruzione pubblica); in un momento storico in cui il terribile potere dei media di proprietà privata sembra riuscire a controllare l’immaginario pubblico uno potrebbe pensare che queste istituzioni – industrie, media, Ong – siano comprese nel Lokpal Bill. Invece, la proposta di legge non li menziona proprio.
Oggi, urlando più forte di tutti e spingendo una campagna contro questi malvagi politici e la corruzione del governo, sono riusciti ad allontanarsi dall’amo. Ancora peggio: demonizzando soltanto il governo hanno costruito un pulpito da cui chiedere un ulteriore ritiro dello Stato dalla sfera pubblica e un secondo turno di riforme. Fra quelle previste ci sono nuove privatizzazioni, la possibilità di maggior accesso alle infrastrutture pubbliche e alle risorse naturali del Paese. Non ci vorrà molto prima di vedere legalizzata la corruzione aziendale, che si chiamerà “tassa di lobby”.
Gli 830 milioni di persone che vivono con meno di 20 rupie al giorno (30 centesimi di euro) avranno un vero beneficio dal rafforzamento di un gruppo di politiche che li impoveriscono ancora di più e avvicinano la nazione alla guerra civile?
Questa tremenda crisi si è creata per il fallimento della democrazia rappresentativa dell’India, in cui i governi sono composti da criminali e politici milionari che hanno smesso di rappresentare il loro popolo. In cui nessuna istituzione democratica è accessibile alla gente ordinaria. Non vi fate ingannare dallo sventolio delle bandiere. Stiamo assistendo al trascinamento dell’India in una guerra per la sovranità che è mortale quanto qualunque battaglia combattuta dai signori della guerra in Afghanistan. Soltanto che qui c’è molto, molto di più in gioco.

venerdì 15 luglio 2011

Perchè Mumbai ha fretta di dimenticare?

Interessante questo articolo sul Times of India di C.P. Surendran che critica la facilità con la quale gli abitanti di Mumbai dimenticano gli attentati che da anni periodicamente colpiscono la città.
Da tutto il paese - scrive Surendran - giungono lodi ai cittadini di Mumbai che dopo gli attentati vanno al lavoro e continuano la loro routine quotidiana.
"Se una bomba colpisce la città - continua Surendran - i sopravvissuti dovrebbero interrompere la routine, dovrebbero pagare un tributo ai morti, dovrebbero fare un minuto di silenzio, discutere in famiglia e nei luoghi di lavoro del problema, fare pressione sul governo perchè intervenga efficacemente per rendere il paese più sicuro. Questo - conclude - sarebbe vero rispetto per la morte... e della vita."


Per l'intero articolo clicca qui.

domenica 26 giugno 2011

Morte di Swami Nigamananda contro l'inquinamento del Gange

Gath sul Gange a Varanasi
Era da quattro mesi che faceva lo sciopero della fame. Swami Nigamananda è morto il 13 giugno all’età di 34 anni all’ospedale di Dehradun.
Nigamananda scioperava per protestare contro la corruzione dilagante in India, contro i progetti di sfruttamento selvaggio del suolo nello stato dell’Uttarakhand e soprattutto contro l’inquinamento del Gange le cui sorgenti sono poste proprio in questo stato dell’India settentrionale.
Nigamananda aveva lasciato la propria famiglia nel 1995 per divenire sannyasin, rinunciante, e dedicarsi alla ricerca del Sé. Viveva presso l’ashram di Matra Sadan ed era un guru riconosciuto nell’intero territorio dell’IndiaAveva cominciato la sua forma di protesta non violenta il 19 febbraio contro l’illegale e sistematico sfruttamento delle miniere presso il Gange. Si tratta di un sistema illegale che produce profitti enormi e vive grazie alla collusione, alla connivenza e alla corruzione di tutti gli apparati dello stato: dal governo ai ministeri interessati, dalla guardia forestale alla polizia. Chi si oppone viene eliminato.
I partiti si rimpallano la responsabilità e cercano di sfruttare il grande clamore che l’evento ha avuto in India. Il Partito del Congresso responsabilizza il BJP, il partito integralista hindu al governo in quello stato, il quale replica che i progetti contro cui Nigamananda lottava esistevano anche durante l’amministrazione del Partito del Congresso.
Sulla morte del leader spirituale è stata anche aperta un’inchiesta giudiziaria in quanto c’è chi sostiene che il guru sia stato addirittura avvelenato altri invece sostengono che non sia stato adeguatamente curato durante il ricovero all’ospedale.
Swami Nigamananda, il cui residuo karmico era esaurito e pertanto non aveva bisogno di essere bruciato sulla pira funebre, è stato sepolto nella posizione del padma asana, come i guru che hanno realizzato in questa vita terrena il moksha l’interruzione cioè del samsara o ciclo delle rinascite.



Per chi vuole approfondire





domenica 12 giugno 2011

Questa India non mi piace

Questa India non mi piace.
Piantagione di tè in Tamil Nadu
Era, forse lo è ancora, l’unica nazione importante nel mondo che avrebbe potuto (o potrebbe) insegnare a tutti i popoli un diverso modello di sviluppo e una diversa concezione dell’economia. Ma da quando – tra il plauso del mondo occidentale allettato da grandi guadagni con poche spese – la Repubblica Indiana ha aperto al capitalismo, agli investimenti stranieri e al liberismo selvaggio, da quando insomma ha preso il sopravvento quella che significativamente viene chiamata “westossification” (intossicazione da occidente”), l’India va sempre di più verso un modello di sviluppo che favorisce pochi ricchi e crea una massa di poveri che non ha eguali in tutto il mondo, distruggendo territori, culture, tradizioni, esseri umani.
E’ di pochi giorni fa l’ennesima reazione violenta della polizia e dell’esercito contro i contadini di Jagatsinghpu, nello stato dell’Orissa, dove i locali protestavano pacificamente contro il progetto della sudcoreana Posco di impiantare un’immensa acciaieria espropriando per poche rupie migliaia di ettari di terreni appartenenti ai coltivatori, distruggendo circa quaranta fattorie e ponendo fine ad un importante ecosistema di foreste.
Ovviamente il Ministero dell’Ambiente indiano ha concesso la propria autorizzazione all’investimento di circa dodici miliardi di dollari con la scusa dello sviluppo e della creazione di posti di lavoro. A niente sono valse le proteste popolari iniziate nel 2005 e i risultati degli studi indipendenti che evidenziavano il danno ambientale del progetto.
Ma quello della Posco è solo uno dei megaprogetti che presuppongono espropri forzati dei terreni di coltivatori.
Esprori in Uttar Pradesh dove la JayPee Infratechin progetta di costruire una nuova linea ferroviaria, in Jaitapur dove la francese Areva vuole costruire l’impianto nucleare più grande al mondo, ancora in Uttar Pradesh dove la Jiaprakash Associates ha acquisito circa 2.400 ettari di terra per realizzare quartieri residenziali e strutture sportive, compreso una pista automobilistica per la Formula uno e una linea ferroviaria di 165 chilometri, con l’acquisizione del territorio di 1.225 villaggi.
Grazie a leggi vetuste e ingiuste, il prezzo dell’esproprio è irrisorio, si parla di 300 rupie per metro quadro (meno di 5 euro) per terreni che dopo l’esproprio vengono rivenduti dalle autorità ai finanziatori per 600mila rupie al metro quadro.
Finanziatori internazionali,  governi statali indiani, governi stranieri, organizzazioni economiche come il Fondo Monetario fanno la corsa per investire e favorire investimenti, estrazioni minerarie selvagge, disboscamenti, fabbriche e impianti, coltivazioni intensive per i biocarburanti, strade, dighe e ferrovie. L’importante è far arrivare soldi. In realtà in questo modo si va ad alimentare la corruzione e l’ingordigia delle aziende e dei governi internazionali con nessun vantaggio per l’India e gli indiani.
E il futuro non promette niente di buono se il governo ha indicato l’obiettivo di urbanizzare l’85% della popolazione indiana, mantiene il secondo esercito più grande del mondo e continua ad investire centinaia di miliardi di dollari nel programma nucleare militare.
Non importa se i contadini si suicidano per i debiti contratti per acquistare sementi geneticamente modificate e brevettate dalle multinazionali, che il tanto osannato boom dell’IT impiega solo lo 0,2% della forza lavoro mentre la sopravvivenza del 65% della popolazione dipende ancora dalla coltivazione della terra, che 830 milioni di persone vivono con meno di 20 rupie al giorno, che 2 milioni di bambini muoiono ogni anno prima di raggiungere il quinto anno di vita.
E pensare che la ricchezza prodotta dall’India se ben impiegata le consentirebbe di eliminare la povertà e la malnutrizione, l’analfabetismo e le malattie e il sottosviluppo.
Gandhi auspicava la grande India dei villaggi con un tenore di vita “semplice, ma dignitoso”, un’India che sviluppava le sue case rurali, vivendo in pace con il mondo. Swadeshi e swaraj, autosufficienza e autogoverno, “un’India nuova e robusta, non bellicosa, non vilmente imitante l’Occidente in tutta la sua odiosità,” un’India che “diventi la speranza non solo dell’Asia e dell’Africa, ma dell’intero mondo che soffre.”



Per chi vuole approfondire




lunedì 30 maggio 2011

India non pacifica

Secondo il Global Peace Index 2011 giunto alla quinta edizione, l’India è uno dei paesi meno pacifici o, se volete, più violenti al mondo.
Per l’esattezza l’India è al 135° posto nell’Indice calcolato su 153 paesi in tutto il mondo.
Il ranking è calcolato sommando molti coefficienti opportunamente proporzionati al numero di abitanti di ciascun paese, tra cui il livello di pace all’interno dei confini, quello nei confronti di stati esteri, la percentuale di omicidi, di delitti violenti, di detenuti, di atti di terrorismo, di forze dell’ordine.
E’ molto interessante scorrere gli indici (clicca qui), ne segnalo solo alcuni:
La bandiera della Repubblica Indiana
Livello di criminalità percepito 4 in una scala da 1 a 5
Livello di mancato rispetto dei diritti umani 4 su 5
Livello di crimini violenti 3 su 5
Numero di omicidi 4 su 5
Aspettativa di vita 63,72%
Mortalità infantile ogni mille nati vivi 50,3
Donne in parlamento 10,8%
Indice libertà di stampa 38,75%
Spesa annua per l’istruzione 3,18%
Alfabetizzazione 66,02%
Disoccupazione 10,8

sabato 14 maggio 2011

Ancora discriminazione femminile in India

Varanasi - Mercato
Un uomo è accusato di aver picchiato a morte sua moglie, incinta di sei mesi, dopo aver saputo che il feto era quello di una bambina. Il delitto è avvenuto nell’Andra Pradesh.  Prakash Chari, questo il nome dell’uomo, ha intimato a sua moglie di abortire. Ma la donna si è rifiutata, e durante la discussione, il 10 maggio scorso, l’ha aggredita fisicamente. I vicini sono accorsi per fermarlo, e hanno portato subito la donna ferita gravemente a un vicino ospedale, ma invano. E’ morta in seguito alle ferite il giorno seguente.
La coppia aveva già due bambine, e dopo che gli esami hanno rivelato che la donna stava portando in grembo una terza femmina il marito l’ha percossa a morte. 

Se vuoi saperne di più puoi leggere integralmente l'articolo cliccando su Asia News.

venerdì 13 maggio 2011

Pericolo endosulfan

A Kasagord, nel Kerala del nord, c’è una delle più grandi piantagioni di anacardi dell’India, è estesa per 5.600 ettari. La piantagione è stata trattata con endosulfan dal 1976 al 2000, tre volte l'anno per eliminare un parassita.
Il pesticida è altamente tossico ed ha inquinato l’acqua, il terreno e la vegetazione di tutta la zona causando gravi danni alle popolazioni e ai nascituri. Il Dipartimento della salute del Kerala – pur nella difficoltà di fare un censimento - ha individuato 4.600 vittime.
Piantagione di tè in Kerala (India)
Nel 1979, la comunità locale ha notato una crescita stentata tra i vitelli appena nati che presentavano deformità agli arti. Nel 1990, i disturbi sono stati notati disturbi tra gli esseri umani. In molti bambini si rilevano difetti congeniti, ritardo mentale, malformazioni fisiche, paralisi cerebrale, epilessia e idrocefalo. Molte donne sono diventate sterili e il tasso di abortività è salito moltissimo anche perché quando le analisi prenatali evidenziano un danno al feto, le madri preferiscono interrompere la gravidanza piuttosto che mettere al mondo un figlio con le malformazioni che purtroppo ben conoscono.
L'Istituto Nazionale di Salute Indiano ha condotto uno studio nelle zone colpite e ha individuato che lo spargimento aereo di endosulfan è il motivo alla base dei problemi di salute nella regione. Ma tutto ciò non è stato sufficiente a convincere il Ministero dell'Agricoltura ad ordinare il divieto di uso di quella sostanza.

Se ne volete sapere di più, potete leggere integralmente l’articolo pubblicato il 7 maggio su Tehelka.

domenica 1 maggio 2011

Milioni di bambine non nate

Sono milioni le bambine che mancano all'appello oggi in  India.
I dati preliminari del Censimento 2011 svoltosi recentemente in India evidenziano, tra l'altro, una preoccupante e generalizzata riduzione del rapporto tra nati maschi e nati femmine. Si è passati da 976 femmine ogni 1.000 maschi nel 1961 alle attuali 914 femmine ogni 1.000 maschi. In certi distretti il rapporto è di 850 a 1.000.
Si ritiene che l'acuirsi del divario sia dovuto anche al diffondersi delle moderne tecnologie mediche quali l'amniocentesi e l'ecografia che consentono di conoscere in anticipo il sesso del nascituro e quindi di pratica l'aborto selettivo di feti femmina. In certi zone è diffuso purtroppo anche l'infanticidio femminile.
Bambine di Cochin
Il divario sempre crescente tra il numero delle femmine e quello dei maschi - che è più accentuato nelle grandi città rispetto ai villaggi - è considerato la causa di fenomeni dolorosi quali la tratta di bambine povere destinate a matrimoni forzati e addirittura a casi di poliandrismo, cioè di più uomini che sposano la medesima donna.
Il miglioramento dell'economia e l'aumento dell'alfabetizzazione nel paese non ha comportato un contenimento di questo squilibrio di genere che anzi si è dilatato.
In gran parte dell'India la parità dei sessi è ben lungi dall'essere garantita. La società civile e religiosa, politica ed economica  - salvi casi sporadici anche molto importanti (vedi Sonia Gandhi o la Presidente della Repubblica Pratibha Patil) - è fortemente maschilista e le donne sono discriminate sotto molteplici aspetti. Generalmente in India si ritiene pertanto che la nascita di una figlia sia un problema, a cominciare dall'obbligo di procurarle una dote per poterla sposare.
Non si tratta di un problema medico-sanitario o giuridico, non servono leggi speciali (tutte regolarmente fallite), ma servirebbe un cambiamento culturale che in questo caso l'India non sembra riuscire a fare. 

Se volete approfondire potete leggere integralmente l'intervento del Prof. K.S. Jakob dell'Università di Vellore pubblicato su The Hindu

sabato 2 aprile 2011

L'India batte Sri Lanka e vince la Coppa del mondo di cricket

Mumbai: Un'India ispirata sabato sera ha riconquistato l'ambita Coppa del Mondo di cricket dopo 28 anni battendo la nazionale dello Sri Lanka con una vittoria di sei wicket in un finale al cardiopalma scrivendo  un nuovo capitolo della loro gloriosa storia.


Da Times of India

mercoledì 9 febbraio 2011

Censimento in India

Oggi in India è iniziata la seconda fase del Censimento 2011 con la registrazione dei dati del primo cittadino indiano, la Presidente Pratibha Patil.
Questa è la seconda fase del Censimento, denominata Fase del conteggio della popolazione, con oggi è iniziata contemporaneamente in tutto il paese e durerà fino al 28 febbraio. Tutti i 640 distretti, le 5.767 amministrazioni locali, le 7.742 città e i più di 600.000 villaggi del paese saranno coperti dal censimento. Questo è il quindicesimo censimento che si svolge in India.
La popolazione del paese dovrebbe essere di circa un miliardo e 200 milioni, quella mondiale di circa sei miliardi e 900 milioni.
In proposito vi segnalo il sito Indiastat che, oltre a interessanti statistiche sull’India, ha un riquadro in cui la popolazione mondiale e quella indiana sono costantemente aggiornate. E’ impressionante.