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sabato 19 marzo 2022

Kirtimukha: il mostro che mangiò se stesso

Kirtimukha
 Ricordate Rahu, il demone decapitato da Vishnu durante il ‘frullamentodell’oceano'? Ebbene, un giorno venne usato da Jalandhara, demone tiranno dalle origini molto complesse di cui un giorno dirò, come proprio messaggero.

Jalandhara era padrone dei tre mondi e, grazie alle austerità che aveva condotto, aveva poteri immensi, ma qualcuno gli fece presente che non aveva proprio tutto. Gli mancava Parvati, la donna più bella del mondo che era andata in sposa a Shiva.

“Cosa se ne fa Shiva, asceta pezzente, di una donna così bella?” si domandò Jalandhara. “La voglio!”
Detto questo, chiamò Rahu e lo mandò da Shiva come suo ambasciatore.
“Va’ da Shiva e digli di darmi Parvati, se rifiuta, sarà la guerra.”
Da buon messaggero, Rahu si presentò da Shiva e, in nome di Jalandhara, chiese Parvati.
Ascoltata la richiesta, Shiva divenne furibondo e dal suo terzo occhio nacque una creatura terribile con la criniera di leone, gli occhi di fuoco, il corpo esile ed emaciato. Un mostro violento e fortissimo, che aveva in sè tutta l'ira del dio assoluto, un mostro affamatissimo che si avventò immediatamente su Rahu.
Il malcapitato si rivolse a Shiva e al suo senso di giustizia e lo pregò di essere risparmiato, in fin dei conti lui non era che un messaggero senza colpa.
Shiva intervenne e ordinò al demone di non mangiare Rahu.
“Ed allora chi mangio? - replicò il mostro - Tu mi hai creato con questa fame insaziabile, come la posso almeno lenire?”
“Mangia te stesso,” disse Shiva.
E così il mostro mangiò le proprie gambe, le proprie braccia, il proprio corpo e rimase soltanto una testa furiosa.
“D’ora innanzi – gli disse Shiva compiaciuto – tu sarai Kirtimukha, il volto glorioso. Ti voglio sempre davanti alla mia porta e chi entrerà nella mia casa senza aver prima venerato te, non otterrà niente di ciò che chiede.”
Per questo motivo sui portali dei templi hindu, su quelli dei palazzi e delle case spesso c’è un volto mostruoso, è il volto della gloria, il Kirtimukha.


venerdì 26 febbraio 2021

Nimi, il re che sta sopra le nostre palpebre


Perchè gli esseri viventi battono le palpebre? Anche su questo c'è una bella leggenda indiana.


Un giorno il saggio re Nimi voleva eseguire un yajna, un sacrificio particolarmente difficile e lungo (sarebbe durato ben cinque anni!) che, se avesse avuto successo, avrebbe giovato enormemente al suo popolo.
Per celebrare il sacrificio, Nimi aveva bisogno di un brahmano eccezionalmente potente che lo presiedesse e si rivolse al rishi Vasishta.  
                                                     
Rito hindu
Il rishi però non potè accettare perchè impegnato in un altro sacrificio.
Nimi, che teneva molto al benessere del suo popolo, iniziò ugualmente il sacrificio incaricando di presiederlo ad un altro saggio, Gautama.
Quando Vasishta, terminato il suo precedente impegno, si recò da Nimi e vide che il sacrificio era stato iniziato senza di lui, si infuriò e lanciò una maledizione contro Nimi: "Ti maledico, re Nimi: d'ora in avanti vivrai senza corpo."
In quel momento il re Nimi stava dormento, si svegliò di soprassalto, guardò in basso e vide il proprio corpo senza vita ed i suoi sudditi che piangevano la sua dipartita.
Convinto di aver agito correttamente, Nimi maledì a sua volta Vasishta,  "Ho dovuto eseguire lo yajna per il benessere della mia gente. Saggio Vasishta, ti maledico: anche tu vivrai senza corpo!"
In quel suo nuovo stato, Nimi vagava sotto forma di spirito, non era più vincolato dal corpo o dalle responsabilità e trovava la vera gioia di essere uno con il brahman.
Tuttavia i sudditi del re erano molto infelici, non potevano credere che il re che si era preso cura di loro come un padre non ci fosse più. Per questo conservarono il corpo del sovrano con olii e profumi e continuarono con maggior devozione il sacrificio che aveva iniziato l'amato Nimi.
Una volta che lo yajna fu completato, gli Dèi scesero sulla terra chiedendo ai fedeli cosa volessero. "Per un'ingiusta maledizione - risposero - lo spirito del nostro amato re è uscito da questo suo corpo, rivogliamo Nimi tra noi."
Gli dèi acconsentirono e convocarono lo spirito di Nimi, ma restarono meravigliati quando l'anima del re li pregò di non fare niente e di lasciarla libera dal corpo. "Non desidero più avere schiavitù - disse - vi prego, non rimettetemi nel mio corpo."
"Ma la tua gente desidera che tu stia tra loro - replicarono gli dèi - non puoi deluderli."
"Se queste persone vogliono che io stia con loro - disse Nimi - lo farò, ma non nel modo in cui desiderano, trovate voi un modo."
Gli dèi allora posero Nimi sulle palpebre di ogni essere vivente.
Per questo, da quel momento, ogni essere è costretto a battere le palpebre, perchè sopra di esse c'è lo spirito di Nimi che pesa e che quindi rende ogni tanto necessaria una seppur breve pausa.
E' per questo che in sanscrito il battito delle palpebre si chiama nimisha (che è anche un nome proprio femminile abbastanza diffuso).
E sempre per questo, ma ne abbiamo già parlato, uno degli elementi che differenziano gli uomini dalle divinità indiane è che quest'ultime non battono le palpebre, ma hanno lo sguardo fisso, così come non sudano, non fanno ombra e non poggiano i piedi per terra.







domenica 13 ottobre 2019

Shantanu, Ganga e la morte dei loro sette figli

Shantanu, re di Hastinapura, stava cacciando nella foresta. Rincorrendo una preda, si ritrovò sulle rive del Gange e si accorse subito di non essere solo. Davanti a lui era infatti apparsa una ragazza misteriosa, bellissima, dalla pelle vellutata, gli occhi nerisissimi, i capelli sciolti sulle spalle. Shantanu se ne innamorò all’istante e, senza saper niente di lei, chiese la sua mano.
La fanciulla accettò l’offerta del potente re, ma ad una condizione: “Non mi farai mai domande né mi ostacolerai, né contesterai o criticherai qualsivoglia mio comportamento.”
Il Gange a Varanasi

Al re la condizione sembrò leggerissima, accettò e sposò la donna con una maestosa cerimonia ad Hastinapura.
La vita della coppia scorreva felice e questa felicità accrebbe quando il re seppe che la regina, che in ricordo al luogo in cui gli amanti si erano incontrati venne chiamata Ganga, attendeva un bambino. Ma la felicità durò poco perché la madre, non appena partorito l’erede al trono lo portò sulle rive del Gange e ve lo gettò. Il re rimase sconvolto, ma non disse niente alla moglie memore della condizione che aveva accettato e il cui peso cominciava a comprendere solo ora.
La regina rimase incinta altre sei volte e per altre sei volte condusse il proprio neonato sulle rive del Gange e ve lo gettò senza che il re facesse o chiedesse niente.
Ma quando la regina restò incinta per l’ottava volta e partorì un bel bambino, il re si recò sulle rive del Gange prima della moglie e quando giunse la regina col neonato la fermò. “Perché uccidi i tuoi figli – le disse -  perché ti comporti in modo così terribile?”
La regina sorrise, “hai rotto il tuo giuramento, vuol dire che hai proprio bisogno di questo figlio, ecco tuo figlio, è salvo, ma mi perderai, così le maledizioni si sono adempiute.”
Il re chiese spiegazioni e la regina gliele fornì. Lei era davvero la dea Ganga, ma in una precedente vita quando ancora mortali e dei vivevano insieme, Shantanu, che allora aveva il corpo del re Mahabhishek, alla corte di Indra si innamorò di Ganga. Un mortale, seppur re, non poteva unirsi ad una dea e pertanto gli dei maledirono i due amanti imponendo a entrambi di rinascere come mortali. In quella loro nuova forma si sarebbero potuti amare. E così era avvenuto.
La seconda più terribile maledizione riguardava i figli di Ganga, tutti, tranne uno, uccisi appena erano nati.
In realtà gli otto figli di Shantanu e di Ganga non erano altro che le reincarnazioni degli otto fratelli Vasu  i quali in una precedente vita per compiacere le loro mogli avevano rubato la vacca Nandini (chiamata anche Kamadhuk o Kamadhenu e citata da Krishna nella Bagavadgita 10.28) che apparteneva al saggio Vasishta. Quando il saggio tornò al sua ashram e capì cosa era accaduto, maldisse gli otto Vasu condannandoli a rinascere come mortali. I fratelli si recarono subito dal saggio a riportare Nandini e a chiedere perdono, ma una maledizione una volta che è stata lanciata non può essere revocata.  Vasishta però mitigò la maledizione acconsentendo che per sette fratelli la pena fosse breve, durasse cioè il tempo di una gravidanza e, una volta nati, avrebbero subito potuto riacquistare la libertà. Per l’ottavo fratello invece, colui che materialmente aveva rubato la vacca, la pena sarebbe durata per un’intera vita.
Per questo motivo  Ganga aveva ucciso i primi sette figli, per liberarli dalla maledizione, mentre l’ottavo restò vivo e visse una vita gloriosa. Venne chiamato Devavrata, che in sanscrito significa "Devoto agli dei", ma più tardi assunse il nome di Bhishma, il più saggio ed eroico personaggio del Mahabharata.





domenica 9 dicembre 2018

Nandin: il gioioso devoto di Shiva

Il vahana di Shiva, il veicolo del grande Dio, è un toro: Nandin, 
In sanscrito Nandin significa "il gioioso" e questo placido animale è anche il più fervente devoto del Mahadeva.
Il toro simboleggia il vigore, la virtù, la dirittura morale e la saggezza, ma anche l'istinto sessuale dominato da Shiva.
Insieme alla vacca, il toro è considerato un animale sacro in India, portatore di buona sorte e saggezza.
La sua impronta, nandipada, è altrettanto sacra e portatrice di fortuna.
Nandin è sempre a guardia della porta di Shiva ed impedisce ai disturbatori di distogliere Shiva dalle sue occupazioni: meditare o amoreggiare con Parvati.
In tutti i templi, davanti alla sala dove è collocata l'immagine di Shiva, il Lingam, è posto sempre Nandin e poichè è poco rispettoso per un semplice mortale rivolgersi direttamente al grande Dio, i fedeli sussurrano in un orecchio di Nandin le proprie richieste. Sarà poi il toro a riferirle al Dio.
Soprattutto nell'India del sud, le immagini e le statue del toro Nandin sono molto diffuse. 



Uno dei Nandin più grandi è a Mysore, città del Karnataka, dove a metà della collina di Chamundi c'è un toro enorme, alto cinque metri, scolpito in un unico blocco di pietra nel 1659 e raffigurato nella foto di lato.
Un altro Nandi enorme è dinnanzi al meraviglioso Brihadishvara temple, il tempio di Shiva di Thanjavur (o Tanjore). 
Una statua lunga sei metri di granito che guarda verso la porta principale del tempio.


Fedeli
 shivaiti nel Tempio della Dea Meenakshi a Madurai che sussurrano nell'orecchio di Nandin le proprie richieste al Dio Shiva.

Nandin ha molti epiteti, tra questi Tandavatalika quando suona e accompagna la danza di Shiva NatarajaNandikeshvara che significa 'Signore della gioia'.







In questo bassorilievo in ottone posto alla base della bandiera di un tempio shivaita è raffigurato Nandin che conduce Shiva e Par-vati rappresentati dallo Shiva- lingam.












domenica 11 marzo 2018

La storia di Matsyagandhi poi divenuta Satyavati

Satyavati
La storia e la letteratura dell’India tramandano storie e leggende di ogni tipo. Alcune sono molto inusuali come quella della bella Matsyagandhi che ho tratto dal Mahabharata.
Molto, ma molto tempo fa esisteva un sovrano che si chiamava Uparichara e governava sul regno di Chedi. Come tutti gli kshatriya - ossia la casta guerriera -  era appassionato di caccia. Un giorno il re era pronto per partire per una battuta di caccia col suo falco preferito quando sua moglie lo invitò a restare a letto con lei. Era desiderosa di unirsi al marito, voleva da lui un figlio. Ma il re non volle, ormai era pronto e preferì andare a caccia.
Ma quando si trovò nella foresta il re non riusciva a catturare nessuna preda, si rese conto che la sua mente era rimasta a palazzo, nella sua camera, ora desiderava la moglie, sarebbe stato meglio che fosse rimasto nel suo letto.
Sempre più desideroso della moglie, Uparichara si eccitò a tal punto che sparse il proprio seme. Allora lo raccolse sulla foglia di un banano e lo consegnò al suo fedele falco affinchè lo portasse alla regina.
Il falco partì, ma mentre era in volo venne attaccato da un’aquila, nello scontro la foglia col seme cadde nell’acqua di un fiume.
Quel fiume era abitato da molti pesci tra cui Adrika, un’apsara - cioè una ninfa celeste - che era stata trasformata in pesce dalla maledizione di un asceta. Vedendo cadere qualcosa nell’acqua, il pesce Adrika si precipitò e ingoiò il seme del re, rimanendo immediatamente incinta.
Dopo nove mesi proprio in quel fiume un pescatore pescò Adrika. Portatola a casa la sventrò per pulirla, ma rimase sbalordito nel vedere che nel ventre del pesce c’erano un bambino e una bambina.
Il pescatore, molto turbato, corse dal re Uparichara, raccontando l’accaduto e pregandolo di permettergli di tenere almeno uno dei bambini. Il re pensò a lungo e poi decise di tenere il maschio e di lasciare al pescatore la femmina che il pescatore chiamò Matsyagandhi , cioè ‘colei che odora di pesce’, poi chiamata Satyavati, una regina che ebbe un importante ruolo nel Mahabharata. Ma questa è un’altra storia.



lunedì 4 maggio 2015

Jaya, Vijaya e i quattro Kumara

"Garuda Vahan Vishnu," from the Ravi Varma studio, c.1910's Source- ebay, Oct. 2009.jpg
Vishnu su Garuda
Sanaka, Sanandana, Sanatana e Sanatkumara erano i Kumara, i quattro esseri nati dalla mente di Brahma all’origine della creazione.
Un giorno i Kumara decisero di andare a rendere omaggio a Vishnu e si presentarono alle porta del Vaikuntha, il regno del Dio.
I Kumara, grazie alla loro meditazione ed ad un dono concesso loro da Brahma, avevano sempre l’aspetto di bambini, kumara in sanscrito significa infatti bambino.
Quando Jaya e Vijaya, che facevano la guardia alle porte del Vaikuntha, videro questi quattro bambini, bloccarono loro il passaggio, dicendo che Vishnu stava riposando e non poteva essere disturbato.
I Kumara replicarono che Vishnu aveva sempre tempo per i suoi devoti e che nessuno poteva fermarli. Ma Jaya e Vijay furono irremovibili.
I Kumara allora decisero di dare una lezione a quei due guardiani e lanciarono loro una maledizione: sarebbero rinati sulla terra come esseri mortali.
I due si resero conto del loro errore troppo tardi, si recarono quindi da Vishnu per essere sciolti dalla maledizione.
“Sapete che nessuno può essere sciolto da una maledizione quando questa è stata lanciata – rispose Vishnu – quindi dovrete nascere come mortali. Vi dó però due alternative:  potete nascere per sette volte come miei devoti oppure potete nascere come miei nemici, ma solo per tre volte.”
Jaya e Vijaya pensarono molto alle due alternative. Alla fine decisero di nascere tre volte come nemici di Vishnu, perché non potevano pensare di essere separati dal dio per sette lunghe vite terrene.
La prima volta Jaya e Vijaya nacquero come Hiraneyaksha e Hiraneyakashyipu nel Satya Yuga. Hiranyaksha era un demone, un asura che fu ucciso da  Vishnu dopo sceso in terra sotto forma di Varaha, il cinghiale che sollevò la terra dal fondo dell’oceano cosmico. Mentre Hiranyakasipuvenne ucciso da Narasimha, anch’esso avatar di Vishnu.
Jaya e Vijaya nacquero poi come Ravana e Kumbhakarna ne Treta-yuga e vennero uccisi da Vishnu nei suoi avatar di Rama e Lakshmana.
Jaya e Vija infine alla fine nacquero nel Dwapara Yuga come Shishupala e Dantavakra e vennero uccisi da Krishna e Balarama, avatar del dio Vishnu.
Jaya e Vijaya quindi nacquero tre volte come nemici di Vishnu e per tre volte vennero uccisi da avatar del grande dio. Al termine della loro terza vita, ottennero la liberazione e tornarono alle porte del  Vaikhunta.



domenica 19 ottobre 2014

Nandin: il gioioso devoto di Shiva

Il vahana di Shiva, il veicolo del grande Dio, è un toro: Nandin, 
In sanscrito Nandin significa "il gioioso" e questo placido animale è anche il più fervente devoto del Mahadeva.
Il toro simboleggia il vigore, la virtù, la dirittura morale e la saggezza, ma anche l'istinto sessuale dominato da Shiva.
Insieme alla vacca, il toro è considerato un animale sacro in India, portatore di buona sorte e saggezza.
La sua impronta, nandipada, è altrettanto sacra e portatrice di fortuna.
Nandin è sempre a guardia della porta di Shiva ed impedisce ai disturbatori di distogliere Shiva dalle sue occupazioni: meditare o amoreggiare con Parvati.
In tutti i templi, davanti alla sala dove è collocata l'immagine di Shiva, il Lingam, è posto sempre Nandin e poichè è poco rispettoso per un semplice mortale rivolgersi direttamente al grande Dio, i fedeli sussurrano in un orecchio di Nandin le proprie richieste. Sarà poi il toro a riferirle al Dio.
Soprattutto nell'India del sud, le immagini e le statue del toro Nandin sono molto diffuse. 



Uno dei Nandin più grandi è a Mysore, città del Karnataka, dove a metà della collina di Chamundi c'è un toro enorme, alto cinque metri, scolpito in un unico blocco di pietra nel 1659 e raffigurato nella foto di lato.
Un altro Nandi enorme è dinnanzi al meraviglioso Brihadishvara temple, il tempio di Shiva di Thanjavur (o Tanjore). 
Una statua lunga sei metri di granito che guarda verso la porta principale del tempio.







Fedeli shivaiti nel Tempio della Dea Meenakshi a Madurai che sussurrano nell'orecchio di Nandin le proprie richieste al Dio Shiva.






Nandin ha molti epiteti, tra questi Tandavatalika quando suona e accompagna la danza di Shiva Nataraja, Nandikeshvara che significa 'Signore della gioia'.








In questo bassorilievo in ottone posto alla base della bandiera di un tempio shivaita è raffigurato Nandin che conduce Shiva e Parvati rappresentati dallo Shivalingam.
















venerdì 18 luglio 2014

Kirtimukha: il mostro che mangiò se stesso

Kirtimukha
Ricordate Rahu, il demone decapitato da Vishnu durante il ‘frullamentodell’oceano'? Ebbene, un giorno venne usato da Jalandhara, demone tiranno dalle origini molto complesse di cui un giorno dirò, come proprio messaggero.
Jalandhara era padrone dei tre mondi e, grazie alle austerità che aveva condotto, aveva poteri immensi, ma qualcuno gli fece presente che non aveva proprio tutto. Gli mancava Parvati, la donna più bella del mondo che era andata in sposa a Shiva.
“Cosa se ne fa Shiva, asceta pezzente, di una donna così bella?” si domandò Jalandhara. “La voglio!”
Detto questo, chiamò Rahu e lo mandò da Shiva come suo ambasciatore.
“Va’ da Shiva e digli di darmi Parvati, se rifiuta, sarà la guerra.”
Da buon messaggero, Rahu si presentò da Shiva e, in nome di Jalandhara, chiese Parvati.
Ascoltata la richiesta, Shiva divenne furibondo e dal suo terzo occhio nacque una creatura terribile con la criniera di leone, gli occhi di fuoco, il corpo esile ed emaciato. Un mostro violento e fortissimo, che aveva in sè tutta l'ira del dio assoluto, un mostro affamatissimo che si avventò immediatamente su Rahu.
Il malcapitato si rivolse a Shiva e al suo senso di giustizia e lo pregò di essere risparmiato, in fin dei conti lui non era che un messaggero senza colpa.
Shiva intervenne e ordinò al demone di non mangiare Rahu.
“Ed allora chi mangio? - replicò il mostro - Tu mi hai creato con questa fame insaziabile, come la posso almeno lenire?”
“Mangia te stesso,” disse Shiva.
E così il mostro mangiò le proprie gambe, le proprie braccia, il proprio corpo e rimase soltanto una testa furiosa.
“D’ora innanzi – gli disse Shiva compiaciuto – tu sarai Kirtimukha, il volto glorioso. Ti voglio sempre davanti alla mia porta e chi entrerà nella mia casa senza aver prima venerato te, non otterrà niente di ciò che chiede.”
Per questo motivo sui portali dei templi hindu, su quelli dei palazzi e delle case spesso c’è un volto mostruoso, è il volto della gloria, il Kirtimukha.



sabato 1 febbraio 2014

Ashtavakra, il saggio storpio

Ashtavakra
Kahoda era il discepolo prediletto del saggio Uddalaka. Una volta conclusi gli studi, il giovane prese in moglie Sujata, l'amata figlia del maestro.
I due erano molto felici e dopo poco tempo Sujata rimase incinta. Volendo che il figlio fosse saggio e sapiente come il nonno e il padre, la giovane andava ad assistere alle lezioni tenute da Uddalaka e da Kahoda.
Dopo un po' di tempo che Sujata assisteva alle lezioni, l'embrione - che evidentemente era portato ad imparare - fece notare che il padre Kahoda aveva fatto otto errori nella recitazione di un mantra.
Kahoda rimase molto offeso da quella che considerò un affronto e maledì il feto che la moglie aveva in grembo: "Hai detto che ho fatto otto errori, ebbene nascerai con otto deformazioni!"
Prima che il bambino nascesse, Kahoda si recò presso Janaka, re di Mithila in cerca di fortuna. 
Proprio in quel periodo il re voleva celebrare un grande sacrificio, ma non poteva farlo fin quando qualcuno non avesse sconfitto in un duello di sapienza il saggio Bandhi. Fino a quel momento nessuno ci era riuscito e la regola del duello prevedeva che chi veniva sconfitto fosse affogato mentre il vincitore avrebbe potuto celebrare il sacrificio. 
Anche Kahoda perse e, come molti altri saggi sconfitti prima di lui, venne affogato nel fiume.
Dopo pochi mesi dalla morte di Kahoda, nacque il figlio di Sujata che - secondo la maledizione paterna - presentava otto deformazioni: ai due piedi, alle ginocchia, alle mani al torace e alla testa. Per questo venne chiamato Ashtavakra, che significa dalle otto deformazioni (in sanscrito ashta significa otto e vakra, stortura).
All'età di dodici anni, la formazione di Ashtavakra fu conclusa, il ragazzo era il più brillante degli studenti, un saggio di rara sapienza.
Quando Ashtavakra conobbe la fine che aveva fatto suo padre, decise di andare dal re Janaka per vendicare Kahoda.
In brevissimo tempo il ragazzo sconfisse il saggio Bandhi e pretese che venisse annegato come gli altri saggi che avevano perso. A quel punto Bandhi rivelò la sua vera identità: era il figlio di Varuna, dio delle acque, inviato dal padre sulla terra per scegliere i migliori saggi per celebrare un proprio grande sacrificio.
"Il sacrificio di mio padre ora è stato celebrato - disse Bandhi - e i saggi possono risorgere dalle acque del fiume." 
Quando Kahoda, rinato dalle acque, seppe che suo figlio Ashtavakra aveva battuto in duello Bandhi, fu commosso.
Bandhi allora disse, "Kahoda benedici tuo figlio e tu Ashtavakra bagnati nel fiume."
Il ragazzo - dopo aver ricevuto la benedizione del padre - si immerse nel fiume e, quando uscì dalle acque, tutte le sue deformità erano sanate.



domenica 26 gennaio 2014

Sati dubita di Shiva

Sati chiede spiegazioni a suo padre Daksha durante il grande sacrificio
Vi ricordate quando Daksha organizzò il suo grande sacrificio e non invitò nè Shiva nè sua moglie Sati che era anche figlia di Daksha? Sati si autoimmolò e Shiva distrusse il sacrificio e decapitò Daksha (clicca qui per saperne di più).
Ma come fu mai possibile che la moglie del più grande e potente degli dei, essa stessa incarnazione della dea suprema morisse? Come è mai possibile che Shiva fosse privato della sua amata consorte?
Lo Shiva Purana fornisce una spiegazione.
Quando Brahma riuscì a convincere Shiva a prendere moglie, il grande dio pose tre condizioni.
La sua sposa doveva essere una donna in grado di sostenere il suo seme d'oro, doveva essere una donna dedita alla meditazione quando Shiva meditava, ma anche appassionata amante nel rapporto erotico col marito ed infine doveva essere una donna che non avrebbe mai dubitato di lui. "Se lei dubiterà anche per un momento di me, io l'abbandonerò," disse Shiva a Brahma.
La donna adatta c'era, era Sati, la suprema dea incarnatasi in una delle figlie di Daksha e tutto andò bene per migliaia di anni. Sati si dimostrò grande amatrice, ma anche capace di passare migliaia di anni in meditazione insieme al suo sposo. 
Ma un giorno, la certezza di Shiva su sua moglie si scalfì.
Shiva e Sati infatti incontrarono Rama, settimo avatar di Vishnu, e i due si salutarono inchinandosi reciprocamente.
Sati chiese a Shiva il motivo per cui lui, dio supremo, si era inchinato a un mortale e Shiva le spiegò che Rama non era un mortale bensì il dio Vishnu.
Sati rimase perplessa e Shiva le disse, "Se non mi credi, mettilo alla prova."
E così Sati fece, si trasformò in Sita, moglie di Rama che era stata rapita da Ravana, per vedere se Rama l'avrebbe riconosciuta. Rama, essendo un dio, scoprì immediatamente l'inganno e Sati si convinse. Ma aveva dubitato di Shiva.
Successivamente avvenne il fattaccio del sacrificio di Daksha al quale Shiva e Sati non erano stati invitati.
Sati si domandò il motivo di tale trattamento e Shiva le rispose, "Daksha mi considera come un nemico, per questo non ci ha invitato."
Ma Sati replicò, "Non è possibile, non ci ha invitato perchè io sono sua figlia e pensava che non ci fosse bisogno di invito alcuno, andrò a vedere."
Per la seconda volta Sati dubitò del marito.
Come andarono a finire le cose lo sappiamo. Sati - umiliata dal comportamento del padre - si autoimmolò sulla pira. Il matrimonio con Shiva ebbe così fine.



sabato 30 novembre 2013

La popolarità di Ganesh

Un giorno il grande dio Shiva promise il paradiso a tutti coloro che lo avessero venerato nella sua forma di lingam presso il tempio della città di Somnath in Gujarat.
Saputa la cosa, tutti gli uomini e tutte le donne di qualsiasi tipo, buoni e cattivi, santi e peccatori, giovani e vecchi,  andarono in pellegrinaggio a Somnath per venerare il lingam e ottenere così il paradiso.
Shiva aveva fatto la promessa e non poteva ritrattarla e per questo il paradiso divenne troppo affollato.
Gli altri dei cominciarono a protestare per l'affollamento e la confusione, qualcuno disse addirittura che in tali condizioni l'inferno era divenuto più vivibile del paradiso. 
Si decise allora di chiedere aiuto al dio che risolve ogni problema, Ganesh.
Il dio dalla testa di elefante promise di intervenire, così si recò a Somnath, si mise a sedere nei pressi del tempio di Shiva e chiese a un gruppo di persone che si recavano a venerare il lingam:
"Dove state andando così numerosi?"
"Non lo sai - risposero - andiamo a venerare Mahadeva che ci ha promesso il paradiso!"
"Che sciocchi - replicò Ganesh - non mi pare una bella cosa promettere qualcosa a qualcuno per quando egli sarà morto, venerate me ed otterrete ora, in vita, tutto ciò che desiderate."
"Tu - disse poi Ganesh indicando un uomo - cosa desideri?"
"Una bella casa - rispose quello - e cibo in abbondanza." E così fu. Ganesh gli fece avere una bellissima casa piena di ogni più prelibato cibo.
"Noi vogliamo un figlio!" gridarono allora una coppia di sposi che vennero subiti soddisfatti.
"Io voglio essere promosso a scuola," chiese un ragazzo che poi, grazie a Ganapati, superò brillantemente i suoi esami.
Nessuno desiderava più andare in paradiso bensì vivere una vita migliore. Il paradiso, con grande gioia degli dei si svuotò a poco a poco, e la gente, tornando a casa, raccontò del dio che esaudiva i desideri su questa terra.
Per questo motivo Ganesh, il figlio di Shiva e Parvati, è divenuto la divinità più popolare di tutta l'India.



sabato 28 settembre 2013

Nala e Damayanti

Nala e Damayanti (di R.R. Varma)
Nala, giovane Re di Nishada, e Damayanti, la bellissima figlia di Bhima re di Vidarbha, erano follemente innamorati l’uno dell’altra.
I due non si erano mai visti, ma Nala era perdutamente innamorato di quella ragazza la cui bellezza era leggendaria e lei, Damayanti, era persa per il giovane re, di cui si decantavano la forza e l’onestà, la bellezza e la bontà, il fascino e l’affabilità.

Quando venne il tempo, il re Bhima organizzò lo swayamvara della figlia, la cerimonia durante la quale la principessa doveva scegliere il proprio sposo ponendo al suo collo una ghirlanda di fiori.

Moltissimi re e principi di tutta la terra si recarono allo swayamvara e accorsero addirittura quattro potentissimi re: Indra, Varuna, Yama ed Agni, tutti attratti dall’irresistibile bellezza di Damayanti.
Il re Nala lungo la strada incontrò i quattro dèi e si prostrò ai loro piedi dichiarandosi loro servo, disposto a fare qualsiasi cosa per loro. Gli dèi chiesero allora a Nala di andare da Damayanti e di dirle che avrebbe dovuto scegliere come sposo uno di loro. Per consentire a Nala di entrare nel palazzo reale, gli dèi gli consegnarono un mantra che lo avrebbe reso invisibile. 
Con la morte nel cuore, Nala eseguì il suo compito, ma la principessa gli disse, “Renderò i degni onori a quei potenti dèi, ma sceglierò come marito l’uomo che da tempo alberga nel mio cuore.”
Conosciuta la risposta della principessa, i quattro dèi decisero allora di assumere tutti e quattro le sembianze di Nala cosicchè quando il cerimoniere annunciò l’ingresso del re di Nishada, entrarono cinque sovrani tutti perfettamente uguali l’uno all’altro. Tutte le persone che partecipavano alla cerimonia rimasero stupefatte, cinque uomini tutti identici l’uno all’altro!
Al momento culminante dello swayamvara, quando la principessa doveva cingere il collo del prescelto con una ghirlanda di fiori, Damayanti però non ebbe esitazione e scelse il vero Nala.
Gli dèi rimasero stupiti e chiesero alla principessa come avesse fatto a riconoscere il vero Nala.
“Ho visto che Nala poggiava i piedi per terra, che il suo corpo faceva ombra e batteva le ciglia, tutte cose che voi, essendo esseri divini, non fate e così ho scelto lui, l’uomo che amo.”

lunedì 22 luglio 2013

Re Dusyanta e l'amata Sakuntala

La maledizione di Durvasha
Si chiamava Sakuntala, era la figlia adottiva del saggio Kanva con cui viveva in un eremo nella foresta. Era bellissima.
Il re Dusyanta – inoltratosi nella foresta per cacciare – la vide, se ne innamorò perdutamente e le chiese di sposarlo.
“Non conosco il tuo nome – rispose Sakuntala - non conosco il tuo cuore, ma il mio amore per te, o crudele, tortura il mio corpo che ti desidera.” Ed i due si sposarono.
Dopo essere stato per un po’ con Sakuntala il re Dusyanta le disse che doveva tornare al suo regno e che le avrebbe mandato una delegazione per portarla con tutti gli onori a palazzo.
“Ma quando tornerai?” chiese Sakuntala che aveva brutti presentimenti.
“Ecco – disse Dusyanta – ti dono questo anello regale sul quale è inciso il mio nome, ogni giorno conta una lettera, sarai con me prima di essere giunta all’ultima lettera.”
Nel frattempo era giunto all’eremo Durvasha, un potente eremita errante di natura particolarmente irascibile.
Chiese ripetutamente ospitalità all’eremo di Sakuntala, ma la giovane – che pensava al re Dusyanta – non lo sentì.
Durvasha – irato per la mancanza di rispetto – lanciò una maledizione contro la giovane, “colui a cui ora stai pensando, tu che non accogli gli ospiti, non si ricorderà di te!”
Le amiche di Sakuntala – venute a sapere della tremenda maledizione lanciata da Durvasha – chiesero all’eremita di revocarla. Ma – come si sa – le maledizioni una volta lanciate non possono essere revocate, ma solo modificate e allora Durvasha disse che colui che era nella mente di Sakuntala e che aveva perso il ricordo di lei, avrebbe riacquistato la memoria una volta visto un oggetto che gli apparteneva.
Le amiche, sapendo che Sakuntala aveva l’anello regale, si tranquillizzarono.
Non avendo inviato alcuna delegazione, il padre di Sakuntala – che aveva di buon grado accettato il matrimonio – mandò la figlia al palazzo reale.
Dopo le rituali abluzioni nel fiume, la giovane partì e si presentò al cospetto del re.
Dusyanta – benchè turbato alla vista della ragazza – negò di averla mai vista e tantomeno sposata. 
“Mostrami qualcosa che possa farmi ricordare di te,” chiese il re.
Sakuntala fece per togliersi l’anello regale che Dusyanta le aveva donato, ma non lo trovò al suo dito. Lo aveva perso nel fiume durante le abluzioni che aveva fatto prima di partire. Disperata e mortificata dall’umiliazione, la giovane sparì.
Nel frattempo le guardie del re avevano arrestato un pescatore che stava cercando di vendere un anello col sigillo reale.
“Dove lo hai rubato?” chiesero le guardie. 
“Lo giuro, ho pescato un pesce e nel suo ventre ho trovato questo anello.”
Le guardie, incredule, portarono il pescatore innanzi al re perché lo giudicasse, ma appena Dusyanta vide il suo anello, gli tornò la memoria e si disperò per non aver accolto la sua amata.
Il re cercò invano Sakuntala e passarono quasi sei anni quando casualmente si imbattè in un bambino incredibile. Era forte, coraggioso, giocava con gli animali della foresta, incluso i leoni, senza paura.
Il re gli chiese chi fosse e il bambino rispose, “Sono il figlio del re Dusyanta”.
Dusyanta allora si fece accompagnare dalla madre e così potè ritrovare la sua amata Sakuntala.

domenica 2 giugno 2013

La travolgente passione di Urvashi e Pururavas

Urvashi
Vi ricordate di Urvashi, la meravigliosa e sensualissima apsara nata dalla coscia del saggio Narayana che ora allieta il soggiorno di casa mia? Ecco, questa è la sua tormentata e appassionata storia d’amore con il re Pururavas.


Il re Pururavas incontrò casualmente la bella Urvashi e se ne innamorò perdutamente al solo vederla. 
La bella apsara accettò di sposare il forte re, ma solo a tre condizioni. Innanzitutto avrebbe portato con se gli agnellini dai quali mai si separava, in secondo luogo non avrebbe mai dovuto vedere il re nudo se non durante i rapporti sessuali ed infine si sarebbe alimentata esclusivamente bevendo una goccia di ghee, il burro chiarificato.
Il re – accecato d’amore – accettò tutte le condizioni e sposò Urvashi.
I due vissero insieme per quattro anni una travolgente storia d’amore, congiungendosi carnalmente ogni giorno per tre volte. Ma la bella Urvashi era desiderata altrove.
I gandharva, i musici celesti che vivono nel paradiso di Indra, la rivolevano con sé e architettarono un piano per interrompere quell’amore così appassionato.
Di notte si recarono alla dimora di Pururavas cercando di rubare gli agnelli di Urvashi. Questi cominciarono a belare, svegliarono Pururavas che – volendo metterli in salvo – si alzò tutto nudo dal letto. In quel momento i gandharva fecero schiantare sulla terra un fulmine che rischiarò tutto come se fosse giorno, permettendo a Urvashi di vedere il suo sposo nudo. Immediatamente la bella apsara si dileguò.
Pururavas si disperò notti e giorni, cominciò a percorrere in lungo e in largo la terra per ritrovare la sposa perduta, finchè un giorno giunse ad un laghetto dove nuotavano alcuni bellissimi cigni. Erano Urvashi e altre apsara.
Urvashi non resistette e si palesò nelle sue forme umane all’amato marito.
Pururavas, alla vista della moglie, la pregò di tornare da lui, ma lei – come si legge nel Rg Veda (X, 95) – si negò, “torna nel tuo regno, io me ne sono andata come l’aurora fugge quando vede il sole, per te ormai sono irraggiungibile, come irraggiungibile è il vento”.
Ma alla fine, mossa a compassione dal re che aveva anche minacciato di uccidersi, Urvashi lo rimanda a casa promettendogli di incontrarlo nuovamente un anno dopo.
Per un anno Pururavas attese fedelmente il giorno dell’appuntamento, recatosi poi da Urvashi la trovò con Ayus, il loro primo figlio.
Gli amanti si abbracciarono appassionatamente e fecero all’amore finchè Urvashi rimandò indietro lo sposo chiedendogli di esserle fedele e dandogli appuntamento per l’anno dopo.
Pururavas attese un altro anno e così per cinque anni. Ogni anno i due si incontravano, facevano all’amore e concepivano un figlio. Cinque figli in tutto.
I gandharva rimasero stupiti dell’amore, della fedeltà e della perseveranza di Puraravas e gli concessero alla fine di vivere con la sua amata Urvashi.
L’amore tra Pururavas e Urvashi è rimasto paradigmatico per la sua passione tanto che le due arani, cioè i bastoncini che servivano ad accendere il fuoco sacrificale mediante sfregamento prendono nome dai due appassionati amanti.

sabato 2 marzo 2013

Krishna si moltiplica

Krishna
Un giorno il dio Brahma volle mettere alla prova la divinità e la potenza di Krishna, ottavo avatara di Vishnu
Il giovane dio era andato con i suoi amici a portare al pascolo i vitelli. 

Arrivati sulle rive del fiume Yamuna i ragazzi si misero a giocare quando si accorsero che gli animali che avrebbero dovuto custodire erano scomparsi nella foresta. Krishna rassicurò i compagni e andò alla ricerca degli animali. 
Le ricerche non portarono però a nulla, Krishna non riuscì a trovare gli animali, che erano stati rapiti da Brahma
Tornato sulle rive dello Yamuna, Krishna rimase ancora più stupito, perché anche i suoi amici erano spariti, anch’essi erano stati rapiti dal dio Brahma
Grazie alla sua divinità e ai suoi poteri, Krishna capì cosa era accaduto, Brahma lo stava mettendo alla prova. 
Il giovane dio sapeva che Brahma avrebbe senz’altro riportato bambini e vitelli alle loro case, ma c’era un ‘ma’, e cioè che un solo attimo di Brahma corrisponde a una anno per gli uomini, e quindi, anche se lo scherzo del dio sarebbe stato certamente breve, per gli uomini sarebbe durato troppo. 
Preoccupato quindi per l’ansia e il dolore che avrebbero colpito gli abitanti di Vrindavana, grazie ai propri poteri divini, Krishna si moltiplicò ed assunse sembianze, caratteristiche, aspetto, personalità di tutti i ragazzi e di tutti i vitelli scomparsi. 
Essendo ormai sera, Krishna riportò i suoi amici e i vitelli nelle rispettive case e nessuno si accorse che quei ragazzi e quei vitelli non erano nient’altro che Krishna, in quanto in niente erano diversi dai ragazzi e dai vitelli che erano stati rapiti da Brahma
Così quando dopo un attimo (divino) Brahma riportò i ragazzi e i vitelli a Vrindavana, era passato un anno (umano), ma nessuno si era accorto di niente.