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sabato 19 marzo 2022

Kirtimukha: il mostro che mangiò se stesso

Kirtimukha
 Ricordate Rahu, il demone decapitato da Vishnu durante il ‘frullamentodell’oceano'? Ebbene, un giorno venne usato da Jalandhara, demone tiranno dalle origini molto complesse di cui un giorno dirò, come proprio messaggero.

Jalandhara era padrone dei tre mondi e, grazie alle austerità che aveva condotto, aveva poteri immensi, ma qualcuno gli fece presente che non aveva proprio tutto. Gli mancava Parvati, la donna più bella del mondo che era andata in sposa a Shiva.

“Cosa se ne fa Shiva, asceta pezzente, di una donna così bella?” si domandò Jalandhara. “La voglio!”
Detto questo, chiamò Rahu e lo mandò da Shiva come suo ambasciatore.
“Va’ da Shiva e digli di darmi Parvati, se rifiuta, sarà la guerra.”
Da buon messaggero, Rahu si presentò da Shiva e, in nome di Jalandhara, chiese Parvati.
Ascoltata la richiesta, Shiva divenne furibondo e dal suo terzo occhio nacque una creatura terribile con la criniera di leone, gli occhi di fuoco, il corpo esile ed emaciato. Un mostro violento e fortissimo, che aveva in sè tutta l'ira del dio assoluto, un mostro affamatissimo che si avventò immediatamente su Rahu.
Il malcapitato si rivolse a Shiva e al suo senso di giustizia e lo pregò di essere risparmiato, in fin dei conti lui non era che un messaggero senza colpa.
Shiva intervenne e ordinò al demone di non mangiare Rahu.
“Ed allora chi mangio? - replicò il mostro - Tu mi hai creato con questa fame insaziabile, come la posso almeno lenire?”
“Mangia te stesso,” disse Shiva.
E così il mostro mangiò le proprie gambe, le proprie braccia, il proprio corpo e rimase soltanto una testa furiosa.
“D’ora innanzi – gli disse Shiva compiaciuto – tu sarai Kirtimukha, il volto glorioso. Ti voglio sempre davanti alla mia porta e chi entrerà nella mia casa senza aver prima venerato te, non otterrà niente di ciò che chiede.”
Per questo motivo sui portali dei templi hindu, su quelli dei palazzi e delle case spesso c’è un volto mostruoso, è il volto della gloria, il Kirtimukha.


sabato 21 luglio 2018

Satyavrata tra terra e cielo




Trishanku in cielo
Il Ramayana ci narra che Satyavrata fu il terzo sovrano di Ayodhya, la città che sarà la capitale di Rama. Satyavrata era molto devoto e chiese al saggio di corte, Vasishta, di celebrare un sacrificio che gli consentisse di ascendere all'Indraloka, cioè il paradiso di Indra,  col proprio corpo mortale. 
Vasishta si rifiutò, dicendo che non era possibile e il re si rivolse allora ai figli del saggio. Questi si adirarono e maledissero Vasishta obbligandola a diventare un candala, ossia un fuori casta, e costringendolo a dodici anni di esilio. 
Durante il suo esilio si verificò una tremenda carestia e Satyavrata, grazie alle capacità acquisite durante l'esilio, sfamò la famiglia del saggio Visvamitra, grande avversario di Vasishta che aveva preso il suo posto alla corte del re.
Qua le tradizioni divergono, ma mi piace raccontare quella che narra come Satyavrata sfamasse i poveri affamati con Kamadhenu, la sacra vacca che emerse dal samutramanthanil frullamento dell'oceano e che apparteneva proprio a Vasishta.
Per questo motivo Satyavrata è conosciuto anche come Trishanku, ossia 'triplice peccatore', avendo commesso tre gravissimi peccati: rubare una vacca, ucciderla, mangiarne le carni.
Ovviamente del triplice peccato fu felicissimo Visvamitra che promise a Satyavrata di celebrare il grande sacrificio per consentirgli di salire nel paradiso di Indra col corpo mortale come lui desiderava.
I figli di Vasishta tentarono di ostacolare il sacrificio, ma Visvamitra li ridusse in cenere e lanciò contro di loro una terribile maledizione: sarebbero dovuti rinascere per settecento volte come fuoricasta.
Alla fine il sacrificio venne regolarmente svolto con la partecipazione di rishi e saggi da tutta l'India e Satyavrata ascese col proprio corpo mortale fino al paradiso. Ma una volta giunto alle porte dell'Indraloka proprio Indra e gli altri dei si opposero al suo ingresso:"Non è consentito ad un corpo mortale entrare nel paradiso di Indra!"
Mentre il povero Satyavrata si trovava tra il paradiso e la terra, appeso per aria a testa in giù, nacque una grande diatriba tra gli dei e il saggio Visvamitra che andò su tutte le furie e minacciò gli dei di creare un altro paradiso, il paradiso di Trishanku, un altro Indra e altri dei in sostituzione di quelli esistenti a cominciare da Indra. 
Detto fatto, il saggio, con i grandi poteri che aveva acquisito in anni e anni di austerità e meditazione, creò una nuova costellazione e stava per creare il nuovo paradiso e, soprattutto, nuovi dei, quando Indra propose un accordo.
"La nuova costellazione può rimanere e Satyavrata può restare tra le nuove stelle, ma non entra nel paradiso e tu Visvamitra desisti dai tuoi propositi."
Visvamitra capì che non poteva tirare oltre la corda ed accettò.
Così il povero Satyavrata-Trishanku è là in cielo a testa in giù e non può nè tornare sulla terra nè accedere al paradiso.
Per questo motivo in certe zone dell'India ancora oggi, quando una persona si trova in una situazione di incertezza, si dice "sei come Trishanku" e la situazione di incertezza è detta "il paradiso di Trishanku".












venerdì 18 luglio 2014

Kirtimukha: il mostro che mangiò se stesso

Kirtimukha
Ricordate Rahu, il demone decapitato da Vishnu durante il ‘frullamentodell’oceano'? Ebbene, un giorno venne usato da Jalandhara, demone tiranno dalle origini molto complesse di cui un giorno dirò, come proprio messaggero.
Jalandhara era padrone dei tre mondi e, grazie alle austerità che aveva condotto, aveva poteri immensi, ma qualcuno gli fece presente che non aveva proprio tutto. Gli mancava Parvati, la donna più bella del mondo che era andata in sposa a Shiva.
“Cosa se ne fa Shiva, asceta pezzente, di una donna così bella?” si domandò Jalandhara. “La voglio!”
Detto questo, chiamò Rahu e lo mandò da Shiva come suo ambasciatore.
“Va’ da Shiva e digli di darmi Parvati, se rifiuta, sarà la guerra.”
Da buon messaggero, Rahu si presentò da Shiva e, in nome di Jalandhara, chiese Parvati.
Ascoltata la richiesta, Shiva divenne furibondo e dal suo terzo occhio nacque una creatura terribile con la criniera di leone, gli occhi di fuoco, il corpo esile ed emaciato. Un mostro violento e fortissimo, che aveva in sè tutta l'ira del dio assoluto, un mostro affamatissimo che si avventò immediatamente su Rahu.
Il malcapitato si rivolse a Shiva e al suo senso di giustizia e lo pregò di essere risparmiato, in fin dei conti lui non era che un messaggero senza colpa.
Shiva intervenne e ordinò al demone di non mangiare Rahu.
“Ed allora chi mangio? - replicò il mostro - Tu mi hai creato con questa fame insaziabile, come la posso almeno lenire?”
“Mangia te stesso,” disse Shiva.
E così il mostro mangiò le proprie gambe, le proprie braccia, il proprio corpo e rimase soltanto una testa furiosa.
“D’ora innanzi – gli disse Shiva compiaciuto – tu sarai Kirtimukha, il volto glorioso. Ti voglio sempre davanti alla mia porta e chi entrerà nella mia casa senza aver prima venerato te, non otterrà niente di ciò che chiede.”
Per questo motivo sui portali dei templi hindu, su quelli dei palazzi e delle case spesso c’è un volto mostruoso, è il volto della gloria, il Kirtimukha.



sabato 9 marzo 2013

Aglio e ayurveda

Manoscritto sanscrito
Per i nati due volte, cioè gli appartenenti alle tre caste superiori, mangiare aglio è vietato. L'aglio non può essere offerto agli dei, accresce la libido e quindi allontana dal distacco meditativo, è tamasico e quindi favorisce il torpore mentale. 
Il Manusmriti, le Leggi di Manu, è chiarissimo, non si può magiare nè aglio nè cipolla e chi lo fa deve sottoporsi al santapana (il voto riscaldante) o al yaticandrayana (il voto del corso della luna dell'asceta).
Si tratta di due 'voti dolorosi', il primo consiste nel bere un intruglio di urina di vacca, sterco, latte, yogurt ed erba sacrificale e rimanere poi digiuno per una notte. Mentre il yaticandrayana consiste nel mangiare solo otto bocconi a mezzogiorno di cibo offerto in sacrificio agli dei.
La leggenda vuole che l'aglio sia nato durante la lotta tra dei e demoni per avere il soma, la bevanda degli dei che dona immortalità e potenza e che era emersa dal samutramanthan frullamento dell'oceano (clicca qui).
Ricorderete che il demone Rahu (clicca qui) per un attimo riuscì ad impossessarsi della bevanda e che ne bevve un po', ma Vishnu, col suo disco gli staccò di netto la testa. Ebbene alcune gocce del soma caddero sulla terra e da lì nacque l'aglio.
Per questo l'aglio è un alimento vietato alle caste superiori e soprattutto ai brahmani, perchè in qualche modo deriva da una animale, in questo caso da un demone.
Eppure l'ayurveda, la medicina tradizionale indiana, considera l'aglio come un potente medicinale. Anzi esiste addirittura un trattato medico interamente dedicato all'aglio.
Vagbhata, nel suo trattato ayurvedico, ricorda che l'aglio cura le fratture, guarisce dalla vitiligine e dalla lebbra, dalle emorroidi, dai vermi e dalle infezioni urinarie, dalla tosse e dalle palpitazioni, accresce la forza e fa ringiovanire.
Ovviamente i trattati ayuverdici si pongono il problema dell'impurità dell'aglio e hanno anche una singolare soluzione per renderlo puro. Eccola.
Si deve far digiunare una vacca per tre notti, poi la si deve alimentare con mangime composto per due parti di erba e per una parte di aglio. Fatto questo il brahmano può bere il latte e mangiare il burro della vacca e assumere così l'aglio per curarsi dalle sue malattie.

venerdì 8 luglio 2011

Il pianto di Shiva e i semi di rudraksha

Seme di rudraksha
Forse pianse per il dolore alla gola che gli provocò il veleno che bevve per salvare il mondo durante il Samutramanthan, il Frullamento dell’oceano cosmico, o forse le sue erano lacrime di gioia per aver distrutto Tripura la città dei demoni, altri testi ancora assicurano che si trattava di lacrime di dolore perché non era riuscito a sostenere la meditazione o addirittura erano lacrime che sgorgarono dopo che lui aveva constatato la condizione del mondo.
Fatto sta che Shiva pianse e che da quelle sacre lacrime nacque la pianta della Rudraksha i cui semi sono considerati sacri.
Il nome deriva dal sanscrito, Rudra è uno dei nomi di Shiva e akshan significa occhio.
Secondo l’induismo i semi di rudraksha hanno poteri e significati religiosi, mistici e curativi.
Si tratta dei semi con i quali sono realizzati i rosari indiani, i japamala, anche se la stragrande maggioranza di quelli che si trovano in commercio non sono fatti con questi semi, ma con altri materiali meno costosi. Con i rudraksha si possono anche fare bracciali, orecchini, pendenti e altri monili.
Da un punto di vista botanico l’albero della rudraksha è un sempreverde chiamato Elaeocarpus ganitrus che nasce in certe regioni dell’India e dell’Asia e produce una bacca bluastra grande più o meno come una noce.
I semi sono molto particolari perchè sono divisi in spicchi e sono percorsi da scanalature e hanno un foro al centro.
Japamala di rudraksha
Secondo la medicina ayurvedica i semi di rudraksha emettono onde elettromagnetiche che hanno effetti benefici su cuore, sistema nervoso e pressione sanguigna ed alleviano lo stress, la depressione, l’ansia e la stanchezza mentale.  
I semi vengono distinti in base al numero degli spicchi o facce in cui sono suddivisi dette mukhi (mukhia in sanscrito significa faccia) e ci sono rudraksha rarissimi, come quello con  una sola mukhi di cui si dice ne nasca uno ogni tre anni.
I rudraksha più rari costano molto e spesso commercianti senza scrupoli vendono rudraksha falsi. Esistono delle indicazione per rendersi conto se il seme è vero o no (in acqua non galleggiano, resistono anche se vengono bolliti, non hanno scanalature intorno al foro, etc.) ma solo una persona esperta può evitare di essere ingannato. I rudraksha più comuni invece sono più a buon mercato.
Ogni seme ha un dio di riferimento, uno specifico mantra e determinati poteri e benefici.
Il rudraksha con una sola mukhi è, per esempio, dedicato al dio Shiva, quello a due mukhi a Vishnu, quello a tre ad Agni, quello a quattro a Brahma, quello a otto mukhi è invece dedicato a Ganesh.

venerdì 29 aprile 2011

Di nuovo Ganesh

Ho già raccontato la più diffusa storia che riguarda la nascita di Ganesh, il dio dalla testa di elefante, ‘figlio’ di Shiva e Parvati. Oggi voglio però raccontarne un’altra, meno conosciuta, ma forse più interessante che è narrata in altri testi, principalmente nel Brhaddharma Purana.

Ebbene Shiva se ne stava assorto in meditazione quando la moglie Parvati lo interruppe. Voleva un figlio. Il Grande dio, il Mahayogi però si era sempre rifiutato di avere una discendenza. “I figli – diceva – servono ai genitori per lo svolgimento dei riti funebri e per la recitazione delle preghiere agli avi, ma io sono immortale e quindi non ne ho bisogno.”
A differenza degli altri dei infatti, Shiva (e prima di lui il suo corrispondente vedico Rudra), è fiero oppositore alla procreazione in quanto protettore dell’unità perfetta ed indistinta del brahman contro la dualità insita nella creazione dell’altro da Sé. Ma questo è un altro discorso.
Insomma, le insistenze di Parvati stremarono anche il Grande Dio che formò un bambino di pezza utilizzando il sari della moglie e glielo porse.
Parvati si irritò, “credi che sia una bambina dandomi una bambola di pezza per giocare?” Ma, una volta preso in braccio quel pezzo di stoffa, il bambino si animò. Parvati era raggiante, aveva un figlio da amare e lo mostrò a Shiva che lo esaminò. “Il bambino è nato sotto un cattivo auspicio – disse però il dio – Sanaiscara, il dio del pianeta Saturno lo ha condannato a una repentina morte.” E detto ciò al piccolo cadde a terra la testa.
Parvati fu disperata, non si dava pace, era passata dalla gioia di avere un figlio allo straziante dolore di vederlo morire.
Mosso a compassione, Shiva tentò di riattaccare la testa al piccolo, ma senza successo. Il dio allora ordinò al suo fedele servitore, il toro Nandin, di andare verso nord e di portare la testa di chiunque avesse trovato in quella direzione.
Nandin partì verso settentrione e si imbattè in Airavata, l’elefante bianco, vahana, cioè veicolo, di Indra. Ovviamente Indra cercò di impedire a Nandin di tagliare la testa a Airavata e nacque uno scontro che coinvolse anche altri dei. Ma la forza di Nandin però, che non era altro che la forza di Shiva, prevalse e alla fine il sacro toro tagliò la testa dell’elefante e la portò a Shiva che la pose sul collo del bambino che riprese vita. Così nacque Ganesh, signore degli elefanti e signore delle schiere, dio del benaugurio e dio della letteratura, Ekadanta cioè da una sola zanna in quanto l’altra si ruppe nella lotta contro Nandin.
E Indra? E il povero Airavata? Il re degli dei andò umilmente a chiedere perdono a Shiva il quale, nella sua benevolenza, gli disse: “Getta il corpo del tuo elefante nell’oceano, Airavata ne emergerà sano e salvo al momento del frullamento cosmico.” E così avvenne, come narrato in un altro post.

mercoledì 13 aprile 2011

Samutramanthan: il frullamento dell'oceano

Uno dei miti più interessanti dell’induismo è quello del frullamento dell’oceano cosmico, in sanscrito il Samutramanthan.

Samutramanthan: in cima al monte Mandara siede Vishnu

Gli dei e gli asura, terribili demoni, sempre in lotta fra loro decisero per una volta di allearsi per  frullare le infinite acque dell’oceano cosmico e far emergere l’Amrita, cioè il nettare dell’immortalità (“a” privativo “mrita”=morte).
Per realizzare l’impresa utilizzarono come bastone il monte Mandara e lo immersero nell’oceano appoggiandolo su Kurma, la tartaruga nella quale si era trasformato Vishnu nel suo secondo avatar.
Una volta appoggiato il monte sulla tartaruga, vi avvolsero intorno a mo’ di fune il serpente Vasuki Nagaraja, cioè il Re dei serpenti. I demoni lo afferrarono dalla parte delle molteplici bocche e gli dei dalla parte della coda e cominciarono a tirarlo da una parte e dall’altra facendo ruotare il monte su se stesso e frullando in questo modo l’oceano cosmico dal quale sorsero gigantesche onde.
Ma a forza di frullare, dall’oceano scaturì il terribile veleno halahala. Per altre tradizione il veleno non emerse dalle acque, ma venne vomitato dalla bocca del serpente.
Comunque andarono le cose, il terribile veleno cominciò a distruggere tutto ciò che esisteva finchè non intervenne Shiva che ingoiò il veleno e salvò l’esistente. Il veleno non recò alcun danno al grande dio, salvo colorargli la gola di blu, motivo per cui Shiva è anche chiamato Nilakantha cioè dalla gola blu. Alcune gocce di veleno caddero sulla terra e per questo esistono varie piante e vari animali che sono velenosi.
Scampato il pericolo, gli dei e gli asura ripresero a frullare l’oceano e dopo mille anni dalle acque immense mosse da quell’inusuale strumento emersero quattordici meraviglie, le chaturdasa ratnam, le quattordici cose desiderabili.
Esse sono: l’Amrita, cioè nettare dell’immortalità; Lakshmi, la dea della fortuna sposa di Vishnu; Dhanvantari, il medico degli dei che portava la coppa col nettare; Sura la dea della bevanda inebriante; Chandra, la luna; Rambha l’apsara; Uchchihsravas, il cavallo bianco; Airvata, l’elefante bianco vahana cioè veicolo di Indra; Parijata, l’albero del paradiso; Kaustubha, il gioiello che porta Vishnu; Surabhi o Kamadhenu, la vacca dell’abbondanza; Sankha, la conchiglia che tiene Vishnu; Dhanu, l’arco di Rama; Visha, un veleno ma anche un farmaco miracoloso.
Ovviamente quando emerse l’amrita gli dei e i demoni lottarono per impossessarsene, la lotta durò dodici giorni e dodici notti. Durante lo scontro dal vaso (in sanscrito Kumbha) che conteneva l’amrita caddero a terra quattro gocce del nettare, in questi luoghi sono sorte le città sacre di Allahabad, Haridwar, Ujjain e Nasik dove a turno ogni tre anni si svolge la grandiosa festa religiosa del Kumbha Mela (in sanscrito Festa della coppa o del vaso). 
Gli asura si impossessarono infine dell’amrita. Gli dei allora si rivolsero a Vishnu che si trasformò in Mohini, una ragazza di bellezza infinita che con la sua seduzione riuscì a sottrarre agli asura la coppa dell’amrita riportandola agli dei.